Nel viaggio di ritorno dal suo primo viaggio apostolico in Turchia e in Libano, papa Leone XIV ha sorpreso i giornalisti con una confidenza inattesa. Alla domanda su quale testo, oltre a quelli di Sant’Agostino da lui citato molte volte, esprima meglio la sua spiritualità personale, il Pontefice non ha indicato un grande classico della teologia né un autore contemporaneo. Ha scelto invece un libretto minuscolo, spesso relegato negli scaffali laterali delle librerie religiose: La pratica della presenza di Dio, del frate carmelitano Fra Lorenzo della Resurrezione.
“Un giornalista tedesco ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a Sant’Agostino, che noi potremmo leggere per capire chi è Prevost. Ce ne sono tanti, ma uno di questi è un libro che si chiama La pratica della presenza di Dio. È un libro davvero semplice, di qualcuno che non firma neanche con il suo cognome, fratel Lawrence, scritto molti anni fa. Ma descrive un tipo di preghiera e spiritualità con cui uno semplicemente dona la sua vita al Signore e permette al Signore di guidarlo“.
Il Papa ha poi aggiunto:
“Se volete sapere qualcosa su di me, di quella che è stata la mia spiritualità per molti anni, in mezzo a grandi sfide, vivendo in Perù durante gli anni del terrorismo, essendo chiamato al servizio in posti in cui mai avrei pensato che sarei stato chiamato a servire. Io confido in Dio e questo messaggio è qualcosa che condivido con tutte le persone“.

Una scelta che dice molto. Oltre alle implicazioni geopolitiche del viaggio, su cui si è concentrata la stampa e gli analisti di tutto il mondo, il Papa ha preferito evidenziare l’aspetto più spirituale indicando qual è la sua fonte di ispirazione legata al silenzio interiore, alla preghiera che nasce nella quotidianità, alla semplicità evangelica.
Fra Lorenzo della Resurrezione, nato nel 1614 col nome di Nicolas Herman a Hériménil, un piccolo villaggio della Lorena che all’epoca era un Granducato indipendente dalla Francia, non era un teologo di professione. La sua vita fu segnata dalla Guerra dei Trent’Anni, in cui rischiò più volte la vita. Il 10 agosto 1635 restò a terra ferito, ma vivo: appena recuperò le forze, decise di lasciarsi alle spalle il passato militare.
La sua ricerca passò per un’esperienza eremitica, che lo spaventò, poi per un lavoro da cameriere in una nobile famiglia di Parigi, da cui venne licenziato perché troppo maldestro. In realtà, quell’ambiente lussuoso non faceva per lui: si sentiva più a proprio agio pregando nella cattedrale di Notre Dame. Alla fine, decise di affidarsi a uno zio religioso dei Carmelitani Scalzi e bussò alla porta del convento di rue de Vaugirard a Parigi nel gennaio 1640, quando aveva ventisei anni. Il 14 agosto 1642 professò i voti perpetui.
Diventato fra Lorenzo della Risurrezione, un nome fortemente simbolico, imparò a pregare secondo le formule previste per i religiosi non istruiti e a meditare sugli errori del suo passato. Sentì però una stretta al cuore per quello stile di preghiera e ne formulò uno più adatto alle sue incombenze di cuoco per la numerosa comunità e per i poveri che accorrevano al convento: restare sempre alla presenza di Dio.
Fra Lorenzo non ha scritto trattati né manuali ascetici. Quello che conosciamo di lui arriva da lettere e colloqui raccolti dopo la sua morte, avvenuta il 12 febbraio 1691. Eppure, proprio in queste pagine essenziali si trova un’intuizione che ha affascinato generazioni di cristiani: la possibilità di vivere sempre alla presenza di Dio.
Per trent’anni lavorò come cuoco e procurò le provviste, finché il riacutizzarsi delle sue vecchie ferite non portò i superiori a dargli il compito di calzolaio. Morì stimato da personalità come Fénélon e Joseph de Beaufort. A quest’ultimo si deve la raccolta delle Massime spirituali, dei quattro Dialoghi e l’opera che fa da sintesi della sua spiritualità, ossia quella citata dal Papa e al momento in ristampa, in traduzione italiana, presso le edizioni Vidyananda di Assisi.



