Da qualche giorno non si parla che di questo sul web. Il mondo dell’istruzione e quello dei social media sono entrati in rotta di collisione dopo le recenti dichiarazioni di Vincenzo Schettini, il docente e divulgatore noto per il progetto “La fisica che ci piace”. Durante una conversazione nel podcast Basement – Passa dal Bsmt condotto da Gianluca Gazzoli, Schettini ha delineato una visione del futuro scolastico che ha scatenato un acceso dibattito sulla natura stessa del diritto allo studio e sulla sua possibile mercificazione.
Il nucleo della controversia risiede nell’idea che l’insegnamento stia uscendo dai confini fisici delle aule per trasformarsi in un prodotto fruibile digitalmente. Schettini ha ipotizzato uno scenario in cui i docenti potrebbero operare in regime di part-time nel sistema pubblico per dedicarsi alla creazione di contenuti educativi online, vendendo la propria conoscenza al pari di qualsiasi altro bene di consumo di alta qualità.
“Perché la buona cultura non deve essere in vendita?”, ha chiesto il professore, paragonando la conoscenza a un prodotto d’eccellenza che si trova sugli scaffali di un supermercato. A sostegno della sua tesi, ha citato esempi internazionali di insegnanti che, partendo dalla scuola tradizionale, hanno costruito carriere autonome su piattaforme come YouTube, vendendo corsi strutturati per chi desidera un metodo di apprendimento specifico.
Le parole del fisico non sono passate inosservate, sollevando un’ondata di indignazione, in particolare su X (ex Twitter). Tra le voci più critiche spicca quella della giornalista Luisella Costamagna, che ha richiamato l’attenzione sull’articolo 34 della Costituzione Italiana, il quale sancisce che la scuola è aperta a tutti e l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita. Secondo la giornalista, l’idea di un’istruzione a pagamento minerebbe il principio di uguaglianza, rendendo la cultura un privilegio per pochi.
Il pubblico social si è diviso: mentre alcuni utenti hanno accusato Schettini di voler trasformare l’istruzione in un business personale, altri hanno evidenziato come il sistema pubblico sia già finanziato dalle tasse dei cittadini. Molti critici hanno inoltre sottolineato il rischio di perdere l’interazione umana fondamentale tra maestro e allievo, sostituita da lezioni “asettiche” e pre-registrate.
Di fronte alla “bufera”, Vincenzo Schettini è intervenuto direttamente per precisare il suo pensiero. Il docente ha sostenuto che le sue affermazioni siano state interpretate in modo parziale, chiarendo che il concetto di scuola “gratuita” non esclude i costi che le famiglie già sostengono per libri, materiali o lezioni private.
Schettini ha ribadito che la rete offre ai docenti meritevoli l’opportunità di integrare l’offerta formativa tradizionale con strumenti digitali di supporto. La sua visione, quindi, non mirerebbe a sostituire l’istituzione pubblica, ma a legittimare la figura dell’insegnante come professionista capace di produrre valore anche al di fuori delle mura scolastiche, sfruttando le nuove tecnologie per aiutare gli studenti nel loro percorso di studi.
Resta tuttavia aperto il grande interrogativo etico: fino a che punto la conoscenza può essere considerata un prodotto commerciale senza compromettere la sua funzione sociale di ascensore per le pari opportunità?
