Le piazze dell’Iran non conoscono tregua. Dal 28 dicembre 2025, migliaia di persone scendono quotidianamente in strada sfidando una repressione brutale che ha già causato oltre 600 vittime e più di 10.000 arresti, secondo organizzazioni per i diritti umani. La polizia spara ad altezza d’uomo, le famiglie si mettono in fila davanti agli obitori per riconoscere i corpi dei propri cari, ma la paura sembra aver ceduto il passo a una determinazione senza precedenti.
La scintilla che ha innescato questa ondata di proteste è stata il crollo del rial iraniano. A fine dicembre la moneta nazionale ha toccato il minimo storico contro il dollaro, perdendo il 56% del suo valore in appena sei mesi. Questa svalutazione ha scatenato un effetto domino devastante: i commercianti non riuscivano più a stabilire i prezzi della merce, i negozi chiudevano uno dopo l’altro, le famiglie vedevano il potere d’acquisto evaporare da un giorno all’altro.

L’inflazione ha raggiunto livelli insostenibili nel 2025, con un’impennata del 50% complessivo e addirittura del 70% sui beni alimentari. Il ceto medio, un tempo solido pilastro della società iraniana, è stato letteralmente schiacciato verso la soglia di povertà. Le sanzioni internazionali imposte dopo il conflitto con Israele del giugno 2025 hanno aggravato ulteriormente la situazione, rendendo la vita quotidiana un incubo per milioni di iraniani.
I primi a protestare sono stati i commercianti del bazar di Teheran, storicamente fedeli o quantomeno neutrali rispetto al regime. Questa componente sociale, che in passato aveva perfino sostenuto la Repubblica Islamica voluta da Khomeini, si è trovata con le spalle al muro di fronte al malgoverno e alla corruzione dilagante. La loro rabbia ha mandato un segnale chiaro: quando anche chi ha sempre mantenuto un profilo basso decide di ribellarsi, significa che la situazione è insostenibile.
Ma la vera novità di queste proteste sta nella saldatura tra classi sociali e componenti etniche diverse, come sottolineano esperti internazionali. Alle manifestazioni dei commercianti si sono rapidamente aggiunti i giovani della “terza generazione iraniana”, quella che chiede apertamente la caduta del regime e una transizione democratica. Parallelamente, nelle regioni a maggioranza kurda e araba sono emersi gruppi organizzati che hanno catalizzato la rivolta su base etnica, allargando enormemente la portata geografica delle proteste a quasi tutte le province del paese.

Non si vedono scendere in strada solo Teheran e le grandi città, dove la borghesia liberale ha una lunga storia di dissenso. La rabbia ha contagiato i quartieri periferici, le aree conservatrici e le zone rurali. La base sociale del dissenso si è allargata perché la fame non fa distinzioni ideologiche.
Lo slogan che risuona ovunque nelle piazze iraniane è diventato il simbolo di questa protesta: “Né Libano né Gaza, la mia vita per l’Iran”. Queste parole sintetizzano perfettamente la frustrazione di un popolo che ha visto le proprie risorse dilapidate per finanziare milizie alleate in chiave anti-israeliana e anti-statunitense, mentre la nazione veniva abbandonata a se stessa, dimenticata e impoverita.
Accanto a questo, risuonano canti di “Morte a Khamenei” e “Lunga vita allo Shah”, segnale di come parte del movimento guardi alla figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, come possibile elemento catalizzatore. Per la prima volta emerge una forte narrativa monarchica, anche se la componente giovanile resta largamente orientata verso una trasformazione democratica.
Di fronte a questa mobilitazione senza precedenti, il regime ha adottato una doppia strategia. Da un lato, ha cercato di spaccare il fronte della protesta riconoscendo come “legittime” le rivendicazioni economiche dei commercianti. Il presidente Pezeshkian ha promesso aumenti salariali tra il 20 e il 40%, il mantenimento dell’IVA al 10% e uno stanziamento di emergenza di 9 miliardi di dollari per sussidi alimentari.
Dall’altro lato, contro i giovani e le componenti che chiedono apertamente la caduta del regime, la risposta è stata durissima. Il blackout totale di internet e telefonia va avanti da giorni. Le autorità hanno dichiarato che tutti i manifestanti sono considerati “mohareb”, nemici di Dio, un’accusa che comporta la pena di morte. La Guida Suprema Khamenei ha posto i Pasdaran (Guardie della rivoluzione) in stato di massima allerta, superiore perfino a quello adottato durante la guerra con Israele.

Secondo esperti internazionali, quello che ancora manca a questo movimento è una leadership unitaria capace di catalizzare le diverse anime della protesta in un unico progetto politico. Non esiste una cabina di regia che sappia trasformare la rabbia di piazza in forza rivoluzionaria organizzata. Tuttavia, questa assenza di coordinamento centralizzato non ha impedito alle proteste di diffondersi e mantenersi vive per settimane.
La presenza di Reza Pahlavi nello scenario politico rappresenta una novità, ma resta incerto quanto la figura dell’erede al trono, in esilio dal 1979, possa effettivamente rappresentare un collante per le istanze di cambiamento degli iraniani che oggi sono in piazza.
Gli esperti internazionali individuano quattro possibili scenari per il futuro dell’Iran. Il primo prevede che il regime riesca a reprimere e dividere le proteste, facendole gradualmente sfumare come già accaduto in passato. Il secondo scenario vede le proteste trasformarsi in un vero movimento rivoluzionario capace di far cadere il regime, se riusciranno a trovare una leadership e un programma politico condiviso.
Il terzo scenario, forse il più preoccupante, contempla l’intervento di attori esterni come Stati Uniti e Israele, che potrebbe esacerbare la violenza e portare a un collasso totale dell’ordine pubblico con una diffusa conflittualità civile. Il quarto scenario prevede invece una trasformazione dall’interno, una sorta di “golpe bianco” dove le componenti militari del regime, legate ai Pasdaran, prenderebbero il potere eliminando l’elemento clericale e instaurando un governo di stampo militare.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. Donald Trump ha minacciato di intervenire militarmente se la repressione dovesse continuare e ha già imposto tariffe del 25% su tutti i paesi che commerciano con l’Iran. L’Unione Europea ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell’Eurocamera ha proposto di sanzionare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Il regime iraniano, dal canto suo, accusa Stati Uniti e Israele di orchestrare le proteste dall’estero, mentre organizza contro-manifestazioni per dimostrare il proprio sostegno popolare. Ma la realtà che emerge dalle strade iraniane racconta una storia diversa: quella di un popolo che ha raggiunto il limite della sopportazione e che, nonostante la repressione brutale, continua a riempire le piazze chiedendo un futuro che non contempla più la Repubblica Islamica.



