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Home » Attualità » “L’IA mi ha dato l’indirizzo”: Google nei guai per aver “svenduto” i dati segreti delle vittime di Epstein

“L’IA mi ha dato l’indirizzo”: Google nei guai per aver “svenduto” i dati segreti delle vittime di Epstein

Class action contro Google: l'AI Mode espone i dati privati delle vittime di Epstein. Ecco come l'intelligenza artificiale ha violato la privacy.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino29 Marzo 2026
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Una giovane vittima di stupro ha dovuto lasciare il suo paese natale in seguito alle persecuzioni dei familiari
Una giovane vittima di stupro ha dovuto lasciare il suo paese natale in seguito alle persecuzioni dei familiari (fonte: Unsplash)

Una vittima di Jeffrey Epstein ha avviato una class action contro Google, accusando la funzione AI Mode di aver diffuso dati personali sensibilissimi delle sopravvissute al traffico sessuale. Secondo la denuncia depositata in California, l’intelligenza artificiale del colosso tech avrebbe reso pubblici nomi, indirizzi e persino link diretti per inviare email alle vittime, nonostante le ripetute segnalazioni di violazione della privacy. Il caso solleva interrogativi urgenti sulla responsabilità dei motori di ricerca moderni, che non si limitano più a indicizzare siti, ma generano contenuti autonomamente.

Tutto ha avuto inizio tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ), sotto forte pressione politica, ha iniziato a pubblicare oltre tre milioni di pagine di prove relative al caso Epstein. Tuttavia, la fretta di rendere pubblici i file ha portato a errori imperdonabili: mentre le identità di molti presunti complici sono state protette, quelle delle sopravvissute sono rimaste leggibili.

Persona davanti a pagina ricerca Google
Persona davanti a pagina ricerca Google (fonte: Unsplash)

Sebbene il Governo abbia successivamente tentato di rimediare rimuovendo i file compromessi, la funzione AI Mode di Google aveva già elaborato quei dati. Il sistema ha continuato a riproporre le informazioni riservate, creando una sorta di archivio permanente e facilmente accessibile a chiunque digitasse i nomi delle vittime, identificata nella causa come “Jane Doe” per proteggerne l’anonimato.

La gravità della situazione risiede nel modo in cui l’intelligenza artificiale elabora le risposte. A differenza di un normale motore di ricerca, AI Mode avrebbe agito come un sistema attivo di generazione di contenuti. In pratica, forniva un profilo completo della vittima: città di residenza, contatti privati e il legame traumatico con Jeffrey Epstein. In alcuni casi, l’algoritmo ha persino generato pulsanti per permettere agli utenti di contattare direttamente le donne, esponendole a nuove molestie e minacce.

Un dato curioso e allarmante emerge dal confronto con la concorrenza. Test ripetuti hanno dimostrato che altri sistemi come ChatGPT, Claude o Perplexity non hanno restituito alcuna informazione sensibile sulle vittime, segno che è possibile impostare dei “paletti” etici e di sicurezza che Google, in questo caso, non avrebbe implementato o rispettato.

Per decenni, le aziende tecnologiche si sono protette dietro la Sezione 230 del Communications Decency Act, una legge americana che stabilisce che i siti web non sono responsabili per ciò che gli utenti pubblicano sulle loro piattaforme. Tuttavia, questa protezione sta vacillando sotto i colpi di diverse sentenze storiche arrivate proprio in questa settimana. Meta e Google sono state ritenute responsabili in un processo a Los Angeles riguardante la dipendenza dai social media. Meta, inoltre, è stata condannata nel New Mexico per non aver garantito la sicurezza online dei minori.

Il nodo giuridico ora riguarda la natura stessa dell’IA. Come sostenuto dal senatore Ron Wyden, co-autore della legge, i chatbot non dovrebbero godere dell’immunità della Sezione 230 poiché i contenuti che mostrano sono generati dall’azienda stessa e non semplicemente “ospitati”.

Le sopravvissute, che speravano di essersi lasciate il trauma alle spalle, si sono ritrovate nuovamente nel mirino del pubblico. La denuncia sottolinea che Google è stata avvisata formalmente per due mesi, ma non ha mai rimosso o bloccato l’accesso a tali materiali. Per un adolescente che usa l’IA per fare ricerche o per una persona anziana che naviga sul web, questo caso dimostra che la tecnologia non è infallibile e che la nostra privacy è oggi più fragile che mai.

Mentre il Dipartimento di Giustizia e Google mantengono il silenzio, il tribunale della California si prepara a decidere se i giganti della Silicon Valley debbano essere trattati come semplici bibliotecari o come veri e propri editori responsabili di ogni singola parola generata dai loro algoritmi.

Né il Dipartimento di Giustizia né Google hanno risposto alle richieste di commento sulla causa.

 

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