È di poche ore fa la notizia della morte di cinque giornalisti durante un attacco aereo israeliano contro una tenda di fronte all’ospedale Shifa, nel quartiere Rimal di Gaza City. Tutti appartenevano all’emittente del Qatar Al Jazeera. Si tratta dei reporter Muhammad Karika e Anas al-Sharif e di tre cameramen, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. Secondo il comunicato dell’IDF, si sarebbe trattato di terroristi affiliati ad Hamas, notizia totalmente priva di prove concrete. L’episodio riporta alla luce il difficile rapporto tra Al Jazeera e Israele che negli anni si è esacerbato sempre di più.
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Nel maggio 2024, Israele ha preso una decisione senza precedenti: chiudere definitivamente Al Jazeera. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’emittente qatariota un “canale terroristico”, accusandola di collaborare attivamente con Hamas e di mettere in pericolo la sicurezza nazionale israeliana.
Il primo aprile 2024, il parlamento israeliano aveva approvato una legge che consentiva al governo di chiudere le trasmissioni di Al Jazeera in Israele e nei territori occupati. Un mese dopo, il 5 maggio, questa legge è stata applicata: le forze israeliane hanno fatto irruzione negli uffici dell’emittente, sequestrando le attrezzature e interrompendo le trasmissioni. A settembre, la stessa operazione è stata ripetuta nella sede di Ramallah, in Cisgiordania, dove soldati armati e mascherati hanno consegnato un ordine di chiusura di 45 giorni.
Secondo Netanyahu, l’emittente ha “partecipato attivamente al massacro del 7 ottobre”. Un tribunale israeliano, dopo aver esaminato delle prove segrete nel giugno 2024, ha stabilito che “Al Jazeera è percepita dall’organizzazione terroristica Hamas come il suo braccio propagandistico e di intelligence”. Secondo le autorità israeliane, i contenuti trasmessi dalla rete incoraggiano atti violenti all’interno di Israele.
Le accuse si sono intensificate durante la guerra a Gaza. Israele ha sostenuto che alcuni giornalisti di Al Jazeera erano in realtà “operativi terroristici” di Hamas.
Al Jazeera ha respinto categoricamente tutte queste accuse. L’emittente ha definito la chiusura un “atto criminale” e ha accusato Israele di condurre una “campagna sistematica per silenziare Al Jazeera”. La rete sostiene che le accuse israeliane sono un tentativo di mettere a tacere un giornalismo che documenta la realtà della guerra a Gaza, spesso scomoda per il governo israeliano. L’emittente ha anche collegato questa campagna all’uccisione nel 2022 della sua giornalista di punta Shireen Abu Akleh, colpita durante un’operazione israeliana in Cisgiordania.
Fondata nel 1996 dall’emiro del Qatar, Al Jazeera si è sempre presentata come il “primo canale di notizie indipendente del mondo arabo”. Con 70 uffici in 95 paesi e un pubblico di 430 milioni di case, l’emittente ha rapidamente conquistato una posizione di rilievo nel panorama mediatico internazionale.
Al Jazeera si è trovata al centro di controversie regionali anche in ambito arabo. Durante la Primavera Araba del 2011, quando ha dato ampio spazio ai Fratelli Musulmani e ad altri gruppi di opposizione, l’Egitto ha arrestato tre giornalisti dell’emittente, accusandola di essere un portavoce islamista. Nel 2017, l’Arabia Saudita e altri paesi arabi hanno imposto un blocco al Qatar richiedendo, tra le altre cose, la chiusura di Al Jazeera.
La guerra tra Israele e Hamas, iniziata il 7 ottobre 2023, ha portato il conflitto tra Israele e Al Jazeera a un nuovo livello. L’emittente è stata una delle poche a mantenere una presenza operativa a Gaza, trasmettendo continuamente reportage dal campo sulla campagna israeliana e le sue conseguenze. Le sue trasmissioni sono state tra le più seguite in Medio Oriente, anche a causa del diffuso malcontento verso la copertura dei media occidentali.
Tuttavia, questo ruolo ha avuto un costo umano molto alto. L’ufficio di Al Jazeera a Gaza è stato bombardato e due suoi corrispondenti sono stati uccisi. Il capo dell’ufficio di Gaza, Wael al-Dahdouh, è stato ferito in un attacco israeliano che ha ucciso un cameraman della rete. La sua famiglia ha pagato un prezzo ancora più alto: sua moglie, due figli e un nipote sono stati uccisi nel bombardamento del campo profughi di Nuseirat a ottobre, mentre il figlio maggiore, anch’egli giornalista di Al Jazeera, è stato ucciso in gennaio durante un attacco a Rafah.



