Un accertamento genetico rivoluzionario ha svelato una verità nascosta da oltre cinquant’anni nel caso del Mostro di Firenze. Natalino, il bambino di sei anni e mezzo che nell’estate del 1968 sopravvisse miracolosamente alla strage di Signa in cui persero la vita la madre Barbara Locci e l’amante Antonio Lo Bianco, non era figlio di Stefano Mele, il manovale condannato per quel duplice omicidio. Le analisi del DNA, disposte dalla Procura di Firenze e condotte dal genetista Ugo Ricci, lo stesso che ha riaperto le indagini sul delitto di Chiara Poggi, hanno stabilito che il padre biologico di Natalino è Giovanni Vinci, fratello maggiore di Francesco e Salvatore Vinci.
Questa scoperta assume un significato dirompente nell’architettura investigativa del caso più misterioso della cronaca nera italiana. Giovanni Vinci, benché appartenente al “clan” sardo finito nel mirino degli inquirenti dal 1982, non è mai stato coinvolto nell’inchiesta sul Mostro. Una lacuna che oggi le procuratrici Ornella Galeotti e Beatrice Giunti, titolari del fascicolo riaperto, intendono colmare attraverso nuove indagini.
L’intuizione investigativa che ha portato a questa clamorosa rivelazione risale al 2018, quando i Carabinieri del ROS prelevarono in gran segreto il profilo genetico di Natalino durante un’indagine poi archiviata. Per la comparazione genetica, il dottor Ricci ha utilizzato anche il DNA estratto dalla recente riesumazione del cadavere di Francesco Vinci, permettendo di ricostruire la vera identità paterna dell’unico sopravvissuto di quella tragica notte.

Natalino Mele, oggi uomo maturo, ha vissuto un’esistenza segnata dalla tragedia dell’infanzia. Nato nel 1962, aveva appena sei anni e mezzo quando si consumò il primo delitto della serie che avrebbe terrorizzato la Toscana per diciassette anni. Cresciuto con il peso di una notte di cui non conserva alcun ricordo, ha dovuto confrontarsi con la perdita traumatica di entrambe le figure genitoriali: la madre assassinata e Stefano Mele, l’uomo che credeva essere suo padre, condannato per l’omicidio. La recente notifica della Procura lo ha lasciato spaesato: “Quest’uomo non l’ho mai neanche conosciuto“, ha dichiarato riferendosi a Giovanni Vinci.
Questa rivelazione genetica riapre interrogativi mai risolti che potrebbero riscrivere l’intera narrazione del caso. Non è mai stato chiarito chi e perché abbia risparmiato il bambino durante la strage, né come Natalino sia riuscito a percorrere al buio, in una notte di cui non ricorda nulla, i due chilometri di strada ciottolosa che lo separavano dalla casa dove fu ritrovato.
Il killer conosceva la vera paternità del piccolo? Questo dettaglio potrebbe aver influenzato la decisione di risparmiarlo? La scoperta assume particolare rilevanza anche nella ricerca dell’arma del delitto, la pistola calibro 22 mai ritrovata che si riattivò dal 1974 al 1985 per altri sette duplici omicidi. La sentenza che condannò Pietro Pacciani parlò di un’arma “passata di mano”, suggerendo una rete di complicità che questa nuova evidenza potrebbe contribuire a chiarire.
Il DNA di Natalino, dopo oltre mezzo secolo, potrebbe finalmente fornire le chiavi interpretative mancanti per comprendere uno dei misteri criminali più complessi della storia italiana, ridisegnando completamente le dinamiche e le responsabilità di una vicenda che continua a interrogare investigatori e opinione pubblica.



