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Home » Attualità » Raoul Bova blinda i suoi ‘occhi spaccanti’: ora per usare la frase serve il permesso

Raoul Bova blinda i suoi ‘occhi spaccanti’: ora per usare la frase serve il permesso

Tra qualche settimana "occhi spaccanti" diventerà un marchio a tutti gli effetti e nessuno potrà utilizzarlo senza il permesso di Raoul Bova.
Francesca FiorentinoBy Francesca Fiorentino14 Agosto 2025
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Raoul Bova
Raoul Bova (fonte: Open/ANSA)

Tutto pur di proteggere la reputazione da una tempesta mediatica ancora in corso. Raoul Bova ha dato mandato allo studio legale che lo rappresenta (quello dell’ex suocera Annamaria Bernardini De Pace) di registrare il marchio “occhi spaccanti”, famigerata frase estrapolata dall’audio privato inviato alla modella Martina Ceretti, al centro di un’indagine per tentata estorsione, poi diffuso da Fabrizio Corona.

L’iter della registrazione all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi è iniziato qualche giorno fa. Spiega l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace:

“La nostra è una iniziativa che punta a bloccare la diffusione illecita del contenuto degli audio. Tutto l’incartamento è ora al vaglio dell’ufficio Brevetti. Ci vorranno alcune settimane, ma se otterremo il via libera quelle frasi non potranno essere utilizzate senza il permesso di Raoul altrimenti si andrà incontro a sanzioni“.

Raoul Bova
Raoul Bova (fonte: Today)

Già, perché dal momento in cui la chat è stata diffusa, è diventata virale in men che non si dica. Persino il Napoli Calcio, il Torino e Ryanair avevano utilizzato “occhi spaccanti” per le loro campagne social. Ora questo non sarà più possibile, previa autorizzazione di Bova.

Bova si rivolgeva a Ceretti, presumibilmente dopo un appuntamento, dicendole “Buongiorno essere speciale, dal sorriso meraviglioso e dagli occhi spaccanti“. La frase è stata registrata sia nella sua forma integrale sia nella sola versione “occhi spaccanti”. Questo vuol dire che, una volta diventato marchio ufficiale, solo Bova può sfruttare commercialmente la tanto vituperata immagine. Anche se il suo interesse primario non è ovviamente quello di vendere magliette con la frase, ma far cessare la diffusione dei video.

Lo scorso 6 agosto, inoltre, il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria “al fine di accertare eventuali violazioni della normativa privacy e delle regole deontologiche dei giornalisti”.

To be continued.

 

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