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Home » Attualità » Razionamento benzina ed elettricità: è davvero possibile anche in Italia?

Razionamento benzina ed elettricità: è davvero possibile anche in Italia?

Razionamento benzina ed elettricità possibile in Italia. L'esperto Tabarelli spiega i rischi concreti in questo momento storico.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti3 Aprile 2026Aggiornato:3 Aprile 2026
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Fare benzina
Macchina che viene riempita con benzina - Fonte: Unsplash

La guerra nel Golfo Persico rischia di tradursi in una crisi energetica di lunga durata per l’Europa e per l’Italia. Non si tratta di allarmismo ingiustificato, ma di uno scenario concreto delineato dalla stessa Commissione europea attraverso una lettera ufficiale trasmessa ai 27 Paesi membri.

Il documento, firmato dal Commissario Ue all’energia Dan Jorgensen e inviato prima del Consiglio dei ministri competenti del 1 aprile 2026, invita esplicitamente i governi a prepararsi a interruzioni energetiche prolungate e a valutare misure drastiche come il razionamento di benzina, gas ed elettricità.

Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, società di ricerca indipendente sull’economia dell’energia e dell’ambiente, non usa giri di parole e interpellato da Quotidiano Nazionale risponde: “L’allarme della Commissione europea è sicuramente fondato”.

Nonostante i mercati europei abbiano chiuso in positivo e il prezzo del petrolio Brent sia sceso rispetto al picco di 120 dollari al barile raggiunto nelle ore precedenti, l’esperto modenese invita alla cautela:

I mercati sono euforici e scommettono sulla fine della guerra, ma finché il conflitto è in corso non si può mai dire né quando né come finirà.

donna che fa benzina
Donna che fa benzina (FreePik)

La missiva del Commissario Jorgensen non si limita a segnalare il rischio, ma fornisce anche indicazioni operative concrete. Tra queste, l’esortazione a risparmiare nell’uso del greggio e l’invito ai governi a valutare la possibilità di aumentare l’impiego dei biocarburanti, che potrebbero contribuire a sostituire i prodotti petroliferi fossili e ad alleviare la pressione sul mercato.

Il problema non riguarda soltanto la disponibilità fisica di energia, ma anche i costi: tutto questo avviene proprio mentre i 27 Paesi membri cominciano, come ogni anno ad aprile, a rimpinguare le scorte di metano in vista del prossimo inverno.

La lettera del Commissario Ue arriva pochi giorni dopo la pubblicazione del decalogo per il risparmio energetico diffuso dall’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia. I dieci suggerimenti puntavano già a ridurre la domanda di idrocarburi attraverso misure come la riduzione della velocità in autostrada, l’adozione dello smart working dove possibile e l’incentivo all’uso dei mezzi pubblici.

L’analisi dell’esperto si sofferma anche sulla durata prevista della crisi. “Come si legge nella lettera del Commissario Ue, la crisi andrà ben oltre la guerra, perché le infrastrutture della regione sono state distrutte“, afferma il presidente di Nomisma Energia.

Anche nell’ipotesi di una rapida conclusione del conflitto, il ritorno alla normalità richiederebbe tempi lunghi a causa dei danni alle strutture di estrazione e distribuzione del petrolio nell’area del Golfo.

Al termine del vertice ministeriale, i 27 Paesi membri hanno cercato di rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando che la fornitura energetica è sicura e che l’Unione europea dispone già di strumenti e norme per garantirne la stabilità. Hanno inoltre concordato una risposta forte e coordinata, mantenendo l’obiettivo della transizione ecologica verso fonti di energia rinnovabile. Tuttavia, le parole del Commissario restano un monito che non può essere ignorato.

Le fonti rinnovabili, infatti, allo stato attuale non risultano sufficienti a coprire il fabbisogno registrato nei Paesi dell’Unione europea. I numeri forniti da Tabarelli sono eloquenti:

Al momento, l’ammanco è pari a 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Se si mettessero in atto soluzioni di austerity come quelle indicate dall’Aie, il fabbisogno potrebbe ridursi al massimo di 8 o 10 milioni di barili al giorno.

Per dare un’idea della portata del problema, l’esperto ricorda che in piena pandemia, quando si fermarono i processi produttivi e si introdussero forti limitazioni alla mobilità dei cittadini, la riduzione della domanda non andò oltre gli 8 milioni di barili al giorno.

Il parallelo con la crisi petrolifera del 1973 appare inevitabile. Anche allora, un conflitto in Medio Oriente provocò un’impennata dei prezzi e costrinse i Paesi occidentali ad adottare misure di razionamento che entrarono nell’immaginario collettivo: dalle domeniche a piedi alle targhe alterne.

La domanda che molti italiani si pongono è se siamo di fronte a uno scenario simile o se l’Unione europea abbia esagerato con i toni allarmistici. Secondo l’analisi di Tabarelli, prepararsi al peggio è una scelta prudente e necessaria, anche se i mercati continuano a mostrare ottimismo.

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