I seggi sono riaperti da pochi minuti e resteranno tali fino alle 15.00, ma un dato importante è già arrivato. Alla chiusura dei seggi della prima giornata, ieri, domenica 22 marzo, l’affluenza al referendum sulla riforma della giustizia ha toccato il 46,7% su 61.533 sezioni. Cifre molto al di sopra di qualunque previsione, che hanno sorpreso anche i sondaggisti più esperti: si attende un risultato finale che potrebbe avvicinarsi o superare il 60%.

Fino a pochi giorni fa, i sondaggi più diffusi si dividevano tra due scenari: bassa partecipazione e probabile vittoria del No, oppure alta partecipazione e potenziale vittoria del Sì. Nessuno, però, aveva previsto un’accelerazione così netta nelle ultime ore prima del silenzio elettorale. Secondo Antonio Noto di Noto Sondaggi, la quota di cittadini intenzionati a recarsi alle urne era salita dal 41 al 51% in una sola settimana, un balzo di 10 punti che ha reso impossibile qualunque previsione affidabile sul dato finale.
Il confronto con i referendum precedenti aiuta a capire la portata del fenomeno. Al referendum costituzionale del 2020 sulla riduzione del numero di parlamentari, alla stessa ora della prima serata era andato alle urne il 39,37% degli aventi diritto, per poi chiudersi al 53,8%. Questa volta il punto di partenza è già più alto di sette punti, e la seconda giornata di voto è ancora aperta.
Al di là del risultato finale tra Sì e No, un elemento emerge con chiarezza dall’analisi territoriale: la partecipazione non segue una logica di schieramento lineare. Lorenzo Pregliasco di YouTrend ha spiegato a La Stampa che al Centro-Nord, già alle 19, l’affluenza era intorno al 43%, registrando valori simili sia nelle zone tradizionalmente di centrosinistra, come l’Emilia-Romagna, dove Bologna ha sfiorato il 57%, sia in quelle di centrodestra come Veneto e Lombardia. Una distribuzione incrociata che rende estremamente difficile leggere il flusso elettorale come un voto di appartenenza politica.
Questo dato, secondo Pregliasco, è la conferma più solida che emerga finora: si tratta di un voto d’opinione ad alta intensità, non di un voto di bandiera. Una partecipazione così elevata e distribuita su tutto lo spettro politico suggerisce che molti italiani abbiano percepito questa consultazione come un appuntamento rilevante in sé, indipendentemente dall’appartenenza partitica.

Il divario geografico tra Nord e Sud è uno dei pochi elementi costanti nella fotografia dei dati. La Sicilia si è fermata al 34,94%, la Calabria e la Campania mostrano valori analoghi. Anche in questo caso, tuttavia, l’interpretazione politica è scivolosa: nei comuni dove è storicamente forte Forza Italia l’affluenza alle 19 era al 34%, quasi identica a quella nei comuni a trazione Cinque Stelle (32%). Numeri che, come ha notato Pregliasco, rendono impossibile tracciare una tendenza univoca.
Il grado di istruzione sembra invece offrire un segnale più chiaro: nei comuni con oltre il 20% di laureati ha votato il 44% degli aventi diritto, contro il 34% in quelli con una quota di laureati inferiore al 10%. Un gap di 10 punti che potrebbe pesare sulla composizione del voto finale, ma che da solo non è sufficiente a prevedere la direzione dello stesso.

Una nota di interesse particolare viene dall’elettorato più giovane. Noto ha sottolineato come, a differenza di quanto accade solitamente in occasione delle elezioni politiche, stavolta molti ragazzi abbiano dimostrato curiosità e senso di coinvolgimento nei confronti del referendum. Un segnale debole ma insolito, che potrebbe incidere sulla composizione finale del voto.
Resta poi aperta la partita del voto degli italiani residenti all’estero: quasi 5,5 milioni di aventi diritto, dei quali si stima che almeno un milione abbiano già votato per corrispondenza. All’ultimo referendum fortemente voluto dalla Cgil sul Jobs Act, che registrò un’affluenza generale piuttosto contenuta, fu proprio la quota di voti dall’estero, pari a 1,2 milioni, a incidere in modo significativo. Se il risultato nazionale tra Sì e No dovesse rivelarsi molto ravvicinato, anche una piccola variazione di qualche punto percentuale nei voti esteri potrebbe cambiare l’esito complessivo.



