Una chat privata chiamata «Fascistella», insulti al presidente Mattarella definito «vecchio di mer*a», frasi antisemite contro la senatrice Segre, attacchi violenti contro decine di persone e l’invocazione del «metodo Mangione», riferimento al giovane americano che ha ucciso a bruciapelo il Ceo di United Healthcare. Sono questi alcuni dei contenuti emersi dai messaggi che Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, influencer e attiviste note per il loro impegno su temi come il femminismo e i diritti della persona, si sarebbero scambiate in una chat privata con un ristretto numero di persone.
A rendere pubblici questi messaggi è stata Selvaggia Lucarelli, che in un lungo articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano ha riportato estratti delle oltre duemila pagine di atti di indagine. Le tre giovani donne sono attualmente indagate per stalking e diffamazione, accuse che nascono da due denunce distinte e che hanno portato all’apertura di un procedimento giudiziario.
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La prima denuncia è stata presentata da A.S., un uomo che ha raccontato di essere stato vittima di una campagna mediatica violenta. Secondo la sua ricostruzione, dopo aver interrotto la relazione con Benedetta Sabene per continuarne una che stava mantenendo in parallelo, sarebbe stato accusato pubblicamente dalle tre influencer di essere un «abuser», autore di un abuso. Questa vicenda ha dato il via all’indagine per stalking e diffamazione che ora coinvolge Vagnoli, Fonte e Sabene.
La seconda denuncia, questa volta solo contro Vagnoli e Fonte, arriva da Serena Mazzini, social media strategist che avrebbe testimoniato corroborando la versione di A.S. In risposta, secondo quanto emerso, Mazzini sarebbe stata accusata senza fondamento di partecipare a un gruppo Telegram in cui si facevano dossieraggi, bodyshaming e revenge porn.
Il gruppo «Fascistella», nome che secondo Vagnoli sarebbe un soprannome goliardico dato dalla sinistra all’ex sindaco di Firenze, è diventato il fulcro dell’inchiesta giornalistica di Lucarelli. All’interno di questa chat, le tre indagate si sarebbero scambiate opinioni e giudizi su numerose personalità pubbliche. Tra i bersagli figurano Michela Murgia, accusata di «evadere il fisco» per poi «santificare il Servizio sanitario nazionale quando si è ammalata», la giornalista Simonetta Sciandivasci, la femminista Viola Garofalo e la scrittrice Valentina Mira.
Particolarmente dure le frasi rivolte a Cecilia Sala dopo il suo rapimento: «Ha dato la voltata alla sua carriera, e ora vai di podcast». Ma sono soprattutto alcuni messaggi a carattere istituzionale e politico a emergere per la loro gravità. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella viene definito «vecchio di merda», mentre sulla senatrice a vita Liliana Segre compaiono frasi come «quella vecchia nazi della Segre» e «odio tutti gli ebrei». Non mancano riferimenti all’«attentato a Belpietro che non ci fu, purtroppo».
Numerosi anche gli insulti rivolti alla stessa Selvaggia Lucarelli, sia contro i suoi articoli che contro la persona: «cancro», «povera stronza», «disturbata», «col QI di una scimmia» sono alcuni degli epiteti riportati. In uno dei messaggi emerge anche quella che sembrerebbe una strategia comunicativa precisa: «Dobbiamo radicalizzare, attaccare, accusare. La cancel culture è l’arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi dieci anni».
La risposta di Carlotta Vagnoli non si è fatta attendere. Attraverso una serie di storie Instagram, l’influencer ha contestato duramente il metodo utilizzato da Lucarelli per ottenere e pubblicare quei contenuti. «Piuttosto sconcertata dalla inutilità di quel pezzo su Il Fatto a firma Lucarelli. Tutte le persone che mi stanno sulle balle lo sanno molto bene da tempo. Che gossip», ha scritto Vagnoli.
Secondo la sua ricostruzione, Lucarelli avrebbe avuto accesso a materiali secretati prima della decisione del giudice per le indagini preliminari, estrapolando «addirittura il materiale su cd e chiavette che non è stato inserito negli atti utili all’indagine perché ritenuto ininfluente». Vagnoli ha accusato la giornalista di aver «calpestato i diritti delle persone in indagine» e di aver messo a rischio «non solo l’incolumità e la sicurezza delle indagate ma anche tre persone estranee ai fatti». La conclusione è stata tagliente: «Sai chi faceva uso di metodi illeciti per punire i nemici a mezzo stampa? Esatto: i fascisti».
L’attacco è proseguito con un riferimento diretto a una vicenda che aveva coinvolto proprio Serena Mazzini: «Ma poi non eri te a difendere la libertà di espressione nelle chat tra amici o quello vale solo quando a essere sgamata è una tua amica?». Vagnoli ha inoltre sottolineato che la possibilità di Lucarelli di pubblicare quei contenuti deriverebbe dalla sua posizione economica privilegiata: «Sa bene che verrà querelata da più persone per questo. Ma la sua posizione, di potere, soprattutto economico, le ha permesso di farla ugualmente. Siamo un paese in cui i ricchi con una piattaforma e nessun tesserino ci possono fare quello che vogliono».
L’indagine è ancora nelle fasi iniziali: secondo quanto dichiarato da Vagnoli, le indagate sono «ancora ben lontane dall’audizione col pm, figuriamoci dalla decisione del gip». Nel frattempo, la polemica si è accesa sui social, dividendo l’opinione pubblica tra chi sostiene la legittimità della pubblicazione di Lucarelli in nome del diritto di cronaca e chi invece denuncia una violazione della privacy e dei diritti processuali delle indagate.



