La Francia si risveglia in una crisi istituzionale senza precedenti. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha presentato lunedì mattina le dimissioni al presidente Emmanuel Macron, che le ha accettate. Il governo, annunciato solennemente domenica sera, è durato meno di 24 ore, rendendo Lecornu il premier più effimero della Quinta Repubblica con soli 27 giorni di mandato a Matignon.
La notizia ha scatenato reazioni immediate e durissime da tutto lo spettro politico francese. Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, ha chiesto a Macron di sciogliere immediatamente l’Assemblea Nazionale e convocare nuove elezioni. Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ha sollecitato l’esame immediato della mozione di destituzione del presidente depositata da 104 deputati. La Borsa di Parigi ha reagito con un crollo del 2,02% nelle prime ore di contrattazione.
Lecornu aveva annunciato che avrebbe parlato pubblicamente alle 10:45 da Matignon per spiegare le ragioni della sua decisione. Si apre ora una fase densa di incognite per la politica francese: Macron dovrà decidere se tentare una svolta radicale nominando un premier di sinistra, con scarse possibilità di ottenere la fiducia parlamentare, oppure prendere atto della mancanza di una maggioranza stabile e indire elezioni anticipate.
Le dimissioni sono arrivate prima ancora che si svolgesse il previsto comitato strategico dei Républicains, convocato d’urgenza dal ministro dell’Interno Bruno Retailleau. Quest’ultimo, pur essendo stato confermato nel nuovo esecutivo annunciato domenica sera, aveva denunciato pubblicamente che la squadra di governo “non riflette la rottura promessa” e aveva minacciato di abbandonare l’incarico insieme agli altri esponenti del suo partito.
Secondo indiscrezioni, i Républicains avrebbero posto a Lecornu un ultimatum durissimo: rimuovere Bruno Le Maire, sorprendentemente richiamato alla Difesa dopo anni come ministro delle Finanze, oppure assistere all’uscita in blocco dei ministri gollisti. L’avversione per Le Maire ha radici profonde: considerato un traditore per aver abbandonato il partito nel 2017 per unirsi a Macron, è anche ritenuto corresponsabile del disastro del debito pubblico francese, salito a 3.500 miliardi di euro, con mille miliardi aggiunti durante la sua gestione.
La lista dei ministri presentata domenica sera aveva provocato reazioni sconcertate da tutte le formazioni politiche. Quasi identica a quella del governo Bayrou, bocciato a inizio settembre, la nuova squadra era composta all’80% da membri o ex membri della destra Républicains e da fedelissimi di Macron, pur senza che questi disponessero della maggioranza parlamentare. Perfino l’ex premier macronista Gabriel Attal aveva parlato di “triste spettacolo”.
Boris Vallaud, presidente del gruppo socialista all’Assemblea Nazionale, aveva attaccato duramente prima ancora delle dimissioni: “Non hanno una maggioranza ma rifiutano i compromessi. Vengono rovesciati ma restano al loro posto. A cosa giocano i macronisti? La loro ostinazione fa sprofondare ogni giorno un po’ di più il paese nel caos”. Marine Le Pen aveva definito “patetica” la scelta di un governo identico al precedente, con l’aggiunta dell'”uomo che ha portato la Francia alla bancarotta”.

La segretaria degli ecologisti Marine Tondelier aveva accusato i macronisti di “inventare il premio all’incompetenza” con la nomina di Bruno Le Maire, mentre Jean-Luc Mélenchon aveva scritto su X che il governo Lecornu era “un corteo di sopravvissuti composto all’80% da membri o ex membri della destra Républicains, assunti per proseguire una politica che ha provocato tanta sofferenza popolare e tanti danni ecologici“.
Dopo le dimissioni, anche ministri appena nominati hanno espresso frustrazione. Agnès Pannier-Runacher, ministra della Transizione Ecologica, ha dichiarato di provare “scoramento per questo circo in cui ognuno recita il suo ruolo, ma nessuno si assume le sue responsabilità“”. In un messaggio su X ha aggiunto che non si può governare “facendo a meno della sinistra” e che servono segnali forti per chi condivide l’esigenza di servire la Francia.
David Lisnard, sindaco di Cannes e vice-presidente dei Républicains, è andato oltre chiedendo direttamente che “gli interessi della Francia richiedono che Emmanuel Macron programmi le sue dimissioni“, per preservare le istituzioni e sbloccare una situazione definita “assurda” fin dalla dissoluzione dell’Assemblea Nazionale. François-Xavier Bellamy, altro vice-presidente LR, ha affermato che il suo partito non teme una dissoluzione, escludendo ogni responsabilità dei Républicains se Macron dovesse convocare legislative anticipate.
Il comitato strategico dei Républicains si è comunque riunito per valutare “tutte le ipotesi”, compresa quella della dissoluzione dell’Assemblea. Michel Barnier, predecessore di Lecornu a Matignon, ha lanciato un appello alla calma e chiesto di “pensare ai Francesi” entrando nella riunione del partito.
I passaggi di consegna tra ministri entranti e uscenti, previsti per la giornata di lunedì, sono stati annullati. Quello tra Roland Lescure ed Éric Lombard a Bercy, fissato per le 13:00, è stato cancellato dopo la conferma delle dimissioni. I ministri nominati domenica sera, il cui incarico è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, restano formalmente responsabili della gestione degli affari correnti fino alla nomina di un nuovo governo.
La crisi politica francese si inserisce in un contesto già fragile, con tre primi ministri di centrodestra succedutisi in pochi mesi – Barnier, Bayrou e Lecornu – senza riuscire a formare una maggioranza stabile. Con 27 giorni di mandato, Lecornu ha stabilito il record negativo della Quinta Repubblica per brevità di governo, un dato che simboleggia plasticamente la paralisi istituzionale del paese. La Francia attende ora le prossime mosse di Macron, mentre i mercati finanziari reagiscono nervosamente e le opposizioni premono per un ritorno alle urne.



