Nelle scorse ore, Israele ha colpito gli impianti iraniani del South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del pianeta. L’Iran ha risposto attaccando le infrastrutture energetiche dei vicini del Golfo, i prezzi del petrolio sono schizzati verso l’alto e il presidente Trump ha minacciato di “far saltare in aria” l’intero campo se Teheran non avesse cessato le ostilità.
Il South Pars si trova nel Golfo Persico, al largo delle coste della provincia iraniana del Bushehr. Non è un giacimento qualunque: insieme alla parte qatariota, chiamata North Dome, forma la più grande riserva di gas naturale mai identificata sulla Terra. Le riserve stimate ammontano a circa 1.800 trilioni di piedi cubi di gas utilizzabile, una quantità sufficiente, secondo Reuters, a soddisfare l’intero fabbisogno energetico mondiale per tredici anni consecutivi.
La parte iraniana copre circa il 36% delle riserve certificate del Paese e rappresenta il 5,6% delle riserve globali, secondo Iran International. Non si tratta dunque di una risorsa periferica: è il pilastro centrale dell’economia di Teheran, nonché la principale fonte di energia interna. In passato, interruzioni nelle forniture di gas hanno già causato gravi blackout e carenze di riscaldamento in tutto il Paese.
Secondo gli analisti, colpire il South Pars non è una mossa militare ordinaria: è un atto di guerra economica. Israele ha deliberatamente spostato il conflitto dal piano militare a quello energetico-sistemico, prendendo di mira ciò che un analista di settore ha definito “il nucleo economico del potere iraniano”. La scelta del South Pars e del polo di Asaluyeh, dove si concentrano le raffinerie e gli impianti petrolchimici, rivela una strategia precisa: massimizzare la pressione sul sistema economico di Teheran, non solo sulle sue capacità militari.
L’Iraq ha già comunicato l’interruzione delle forniture di gas iraniano dopo l’attacco. L’effetto domino è partito prima che le fiamme si spegnessero.

Il Qatar, che condivide il giacimento con l’Iran, ha condannato l’attacco israeliano definendolo “un passo pericoloso e irresponsabile”. Il portavoce del Ministero degli Esteri qatariota, Majed al-Ansari, ha sottolineato che colpire infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza energetica globale e all’ambiente della regione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno usato toni altrettanto duri, parlando di “seria escalation” che non riguarda solo il Golfo ma l’intero ordine energetico internazionale.
L’Iran ha risposto con attacchi diretti. Secondo NPR, la Ras Laffan Industrial City, il principale hub del gas liquefatto del Qatar, uno dei maggiori produttori mondiali di GNL, ha riportato danni ingenti. Colpiti anche impianti in Arabia Saudita, tra cui il complesso petrolchimico di Jubail e la raffineria SAMREF a Riad, nonché il campo gasifero Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita ha dichiarato di “riservarsi il diritto di azioni militari” qualora necessario. Il Kuwait ha confermato un attacco con droni alla raffineria di Mina Al-Ahmadi. Il Qatar, ormai costretto a fermare tutta la produzione di GNL, ha espulso gli addetti militari iraniani.
I mercati energetici hanno reagito immediatamente. Il Brent è salito del 5%, superando i 108 dollari al barile, mentre il contratto statunitense WTI ha guadagnato oltre il 3%, avvicinandosi ai 99 dollari. Il benchmark europeo del gas naturale ha segnato un rialzo del 6% in pochi minuti. Il contesto è già critico: lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e GNL — è di fatto bloccato, e le perdite di produzione nella regione si stimano tra i 7 e i 10 milioni di barili al giorno, una quota compresa tra il 7 e il 10% della domanda globale.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, attraverso un post su Truth Social, ha minacciato di “far saltare in aria massicciamente l’intero giacimento di South Pars” se l’Iran avesse continuato ad attaccare le infrastrutture energetiche del Qatar. Nello stesso messaggio, ha precisato che gli Stati Uniti “non sapevano nulla” dell’attacco israeliano. Tuttavia, secondo quanto riferito da un funzionario israeliano alla CNN e confermato dal Jerusalem Post, il raid è stato condotto in pieno coordinamento con Washington. Trump ha poi aggiunto che Israele non avrebbe colpito di nuovo il South Pars, spostando la minaccia esplicitamente sul versante americano.



