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Home » Attualità » Stretto di Hormuz, l’Italia firma il piano a 6 per forzare il blocco, ma l’Iran minaccia: “Tutti complici”

Stretto di Hormuz, l’Italia firma il piano a 6 per forzare il blocco, ma l’Iran minaccia: “Tutti complici”

Italia, UK, Francia, Germania, Olanda e Giappone pronti a garantire la navigazione nello stretto di Hormuz, bloccato dall'Iran. Teheran accusa tutti.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino19 Marzo 2026Aggiornato:19 Marzo 2026
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stretto di Hormuz
stretto di Hormuz (foto di Goran_tek-en, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Giappone hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui si dicono pronti a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, la via d’acqua più strategica del mondo per il trasporto di petrolio e gas, di fatto chiusa dall’Iran dopo gli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele. Il comunicato, diffuso dall’ufficio del premier britannico Keir Starmer, condanna con durezza gli attacchi iraniani a navi mercantili, infrastrutture energetiche e il blocco navale imposto da Teheran. La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: chiunque tenti di forzare il blocco sarà considerato “complice dell’aggressione”.

Lo stretto di Hormuz
Lo stretto di Hormuz (fonte: Italia Informa)

Il documento firmato dai sei governi non lascia spazio all’ambiguità sul piano della denuncia: vengono condannati gli “attacchi a navi commerciali disarmate nel Golfo”, i colpi alle infrastrutture civili del gas e del petrolio e la “chiusura di fatto” dello stretto da parte delle forze di Teheran. I firmatari richiamano il principio fondamentale della libertà di navigazione sancito dal diritto internazionale, chiedono all’Iran di cessare immediatamente il posizionamento di mine, gli attacchi con droni e ogni tentativo di blocco, e sollecitano il rispetto della Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nello stesso documento si esprime “profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto” in Medio Oriente e si avverte che le conseguenze economiche delle azioni iraniane ricadranno soprattutto sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. I sei si impegnano inoltre a sostenere, insieme all’ONU, le nazioni più esposte agli effetti della guerra.

A smorzare subito i toni ci ha pensato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a La7. Il documento, ha spiegato, è di natura esclusivamente politica: non autorizza operazioni militari, non prevede l’ingresso in guerra e non va letto come un impegno a forzare lo stretto con le navi da guerra. L’obiettivo dichiarato è creare le condizioni diplomatiche per garantire la libertà di navigazione commerciale:

“Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra. Qualora ci dovesse essere una missione ONU per garantire la traversabilità di Hormuz, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Ma forzare Hormuz in questo momento non è nelle nostre corde: arrivare lì significa infilarsi nella guerra“.

Fonti della Difesa precisano che qualsiasi eventuale missione che coinvolga l’Italia potrebbe avvenire solo sotto l’egida delle Nazioni Unite, un requisito che per ora non è soddisfatto.

Sullo sfondo di questa dichiarazione si staglia la furia di Donald Trump verso gli alleati. Il presidente americano aveva esortato, nel weekend, la Gran Bretagna, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud e altri a inviare navi da guerra nello stretto, arrivando a minacciare conseguenze per la NATO.

Oggi Trump ha spiegato che questo ammorbidimento delle posizioni della NATO arriva con ritardo e che, comunque, non manderà truppe in Iran

Parallelamente, l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), riunita a Londra in sessione d’emergenza, ha approvato una dichiarazione che chiede l’apertura di un corridoio navale sicuro come “misura provvisoria e urgente”. I numeri sono allarmanti: nelle ultime tre settimane sono transitati appena una novantina di mercantili, contro oltre 1.200 nei soli primi dieci giorni di marzo 2025. Attualmente almeno 3.200 navi sono bloccate nello stretto, con oltre 20.000 marinai in una situazione di pericolo concreto. L’Iran fa parte dell’IMO, ma non del Consiglio: non ha quindi potuto bloccare la dichiarazione.

Anche solo l’idea di firmare un documento comune per la liberazione dello stretto di Hormuz può essere considerato un atto di guerra? La domanda che in molti si pongono è lecita. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto senza mezzi termini: chiunque aiuti Washington a riaprire lo stretto si renderà “complice degli efferati crimini commessi dagli aggressori”. Teheran imputa la responsabilità della crisi agli attacchi statunitensi e israeliani, sottolineando come molte basi militari americane nel Golfo si trovino su suolo arabo.

Dal punto di vista del diritto internazionale, tuttavia, la dichiarazione dei sei Paesi resta un documento politico. Nessuno ha inviato navi, nessuno ha forzato blocchi. Gli esperti sottolineano che gli alleati europei mettono in dubbio la base giuridica dell’operazione e non vedono una strategia coordinata da parte degli Stati Uniti: condizione necessaria perché una missione di scorta navale possa configurarsi come legittima difesa della libertà di navigazione e non come un atto ostile agli occhi di Teheran.

 

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