Dalla Cina è emerso un documento che per decenni era rimasto sepolto negli archivi di Pechino. Si tratta delle sei ore di filmato del processo militare contro il generale Xu Qinxian, l’ufficiale che nel 1989 disse no quando gli fu ordinato di guidare i suoi soldati contro gli studenti in piazza Tienanmen. Il video, pubblicato il 25 novembre scorso su YouTube e altre piattaforme, mostra per la prima volta cosa accadde davanti alla Corte marziale nel marzo 1990, nove mesi dopo il massacro.
Xu Qinxian aveva 54 anni ed era il comandante del 38° Corpo d’armata, un’unità d’élite con 15mila soldati e 400 carri armati. Quando il governo ordinò di entrare a Pechino per fermare le proteste studentesche, il generale convocò i suoi ufficiali e disse chiaramente: non avrebbe portato le truppe in piazza. La sua motivazione? La coscienza personale e il giudizio professionale di chi sapeva che l’uso della forza contro civili inermi avrebbe lasciato una macchia indelebile nella storia dell’esercito cinese.
Le immagini del processo sono crude nella loro semplicità. L’imputato siede nel banco degli accusati con indosso una semplice giacca grigia da detenuto, sorvegliato da quattro soldati. L’aula è vuota, nessuno spettatore. I giudici militari lo interrogano duramente sul suo rifiuto di obbedire al Partito.
La risposta di Xu rimane un esempio straordinario di coraggio morale: spiegò ai giudici che portare l’esercito contro la folla avrebbe reso impossibile distinguere chi fosse davvero una minaccia. Aggiunse che un comandante che avesse eseguito quell’ordine sarebbe potuto diventare un eroe, “ma se la situazione fosse stata gestita male, quel comandante sarebbe diventato un peccatore e un criminale davanti alla storia”.
Dal filmato emerge un dettaglio significativo: l’ordine di mandare l’esercito contro gli studenti era stato dato verbalmente e individualmente a diversi generali intorno al 18 maggio. Una modalità che rivela quanto il regime fosse diviso internamente e quanto fosse grave la decisione da prendere. Xu disse ai giudici che una scelta così importante avrebbe dovuto essere discussa dal Congresso Nazionale del Popolo, non poteva essere decisa solo dal Partito.
Il generale precisò di aver agito solo a titolo personale, non a nome del suo corpo d’armata. “A chi mi aveva dato quell’ordine risposi che i superiori potevano nominarmi al comando e anche rimuovermi, ma che non avrei preso parte a quell’azione”, dichiarò. Una condotta che la Commissione militare centrale definì “intollerabile”.
Altri generali, invece, eseguirono l’ordine. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, 50mila soldati entrarono a Pechino. Il bilancio fu drammatico: migliaia di giovani uccisi, insieme ad alcuni soldati che non sapevano nemmeno perché stavano sparando. Molti soldati credevano di dover fermare dei controrivoluzionari, ma in realtà gli studenti volevano solo un governo più aperto e democratico.
La pena per Xu fu relativamente leggera: espulsione dall’Esercito e cinque anni di prigione. Probabilmente una condanna studiata per non turbare ulteriormente la coscienza di un esercito che aveva sparato sul proprio popolo. La sua storia rimase segreta in Cina per anni. Solo nel 2011 un giornale di Hong Kong, quando la stampa lì era ancora libera, riuscì a rintracciarlo. L’ex generale disse di non aver mai avuto rimpianti sulla sua scelta.
Quel giornale era l’Apple Daily, il cui editore Jimmy Lai è stato dichiarato colpevole proprio domenica 15 dicembre per aver difeso la democrazia di Hong Kong. La sentenza potrebbe costargli l’ergastolo. Un collegamento che sottolinea come la censura del regime continui a colpire chi racconta verità scomode.
A diffondere il video è stato Wu Renhua, storico della vicenda di Tienanmen che partecipò all’occupazione della piazza e poi si rifugiò negli Stati Uniti. Wu non ha rivelato la fonte del filmato, ma il giorno dopo la sua pubblicazione Pechino ha annunciato la rimozione del direttore dell’Ufficio sul segreto di Stato e del suo vice. Un segnale inequivocabile dell’imbarazzo causato dalla fuga di notizie.
Xu Qinxian è morto nel 2021 all’età di 85 anni. La censura cinese cancellò immediatamente dal web ogni messaggio che ricordava la sua scelta. Oggi, a più di tre decenni di distanza, il video del suo processo rappresenta una testimonianza potente: la coscienza individuale può resistere alla pressione di un regime totalitario, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.



