In un soggiorno decorato con colori pastello, una donna bionda con i capelli perfettamente cotonati indossa un grembiule a quadri rosa e condivide consigli su come accogliere gli ospiti. In un’altra cucina impeccabile, una giovane madre riflette sulla “ingenuità del femminismo” mentre impasta il pane. Non sono scene di uno sceneggiato televisivo d’epoca, ma i contenuti delle tradwives, un fenomeno nato sui social media che sta conquistando milioni di visualizzazioni su TikTok, Instagram e YouTube.
Il termine tradwife, neologismo che sta per “moglie tradizionale” o “casalinga tradizionale” (da traditional wife), descrive donne che credono e praticano ruoli di genere e matrimoni tradizionali. Molte scelgono di abbandonare la carriera per dedicarsi completamente alla cura della casa e della famiglia, trasformandosi in vere e proprie casalinghe 2.0 che documentano ogni aspetto della loro vita domestica attraverso i social network.
Secondo Google Trends, le ricerche online del termine hanno iniziato a crescere intorno alla metà del 2018, raggiungendo livelli elevati all’inizio degli anni 2020. L’hashtag #tradwife ha guadagnato particolare popolarità su TikTok, dove numerose creatrici di contenuti sono diventate virali mostrando lavori domestici come cucinare, pulire e prendersi cura dei bambini. Nel 2025, il termine è entrato ufficialmente nel Cambridge Dictionary, sancendo la rilevanza culturale del fenomeno.
Il movimento è nato e si è sviluppato principalmente nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Le ricerche sono esplose durante la pandemia, periodo in cui, come altre forme di radicalizzazione online, il fenomeno è fiorito grazie al senso di isolamento delle persone. In Europa continentale il movimento rimane ancora marginale: in Francia, ad esempio, gli account hanno poche centinaia di follower rispetto alle migliaia o milioni dei profili americani e britannici.
Le giornate delle tradwives, ampiamente documentate sui social, sono scandite dalle incombenze domestiche: preparare i pasti da zero, accudire i figli spesso numerosi, curare l’orto e farsi trovare in ordine dai mariti quando tornano a casa dal lavoro. Video con titoli come “Un giorno nella mia vita” mostrano queste attività quotidiane, sostenendo ruoli di genere in cui l’uomo detiene il potere sociale ed economico mentre le donne sono confinate in casa come mogli e madri.
Il movimento utilizza strategie di influencer marketing e la messa in mostra delle vite private per promuovere la commercializzazione dell’eteronormatività tradizionale e delle relazioni di genere. Piattaforme come Reddit e 4chan vengono utilizzate per promuovere le relazioni eterosessuali tradizionali, mentre TikTok, Instagram e YouTube servono a diffondere le ideologie conservatrici alla base del movimento a un pubblico più ampio.
Un aspetto chiave dell’apparire come tradwife è rivendicare tempo libero, un lusso che molte donne lavoratrici, specialmente le madri con la doppia mansione dentro e fuori casa, non possono permettersi. Questa rappresentazione di una vita rilassata e abbondante contrasta nettamente con la realtà della maggior parte delle famiglie moderne, dove sono spesso necessari due stipendi per sopravvivere.
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Le critiche al fenomeno sono numerose e provengono da diverse direzioni. Il movimento viene accusato di essere velatamente classista, poiché vivere come una casalinga degli anni ’50 richiede che un nucleo familiare possa mantenersi con un solo stipendio, condizione difficile per molte persone nell’economia contemporanea. Inoltre, il messaggio promosso svilisce l’importanza dell’indipendenza economica femminile: avere un reddito proprio garantisce libertà e sicurezza, soprattutto se il matrimonio finisce.
Negli Stati Uniti esiste un forte legame tra alcune tradwives e l’estrema destra. Come sottolinea Annie Kelly sul New York Times, le protagoniste del movimento sono prevalentemente donne bianche, e alcuni account hanno collegamenti con ideologie nazionaliste e suprematiste bianche. Il caso più estremo è quello della mormone Ayla Stewart, descritta come “un’ex liberale che ha visto la luce”, che alcuni anni fa ha scatenato polemiche con la “sfida del bambino bianco“, invitando i suoi follower ad avere il maggior numero possibile di bambini bianchi in un video poi cancellato.
Secondo una ricerca algoritmica condotta da Media Matters, è probabile che il pubblico delle tradwives guardi anche video di teorie del complotto, suggerendo possibili connessioni tra questo tipo di contenuti e altre forme di disinformazione online. Le tradwives sono state inoltre accusate di normalizzare potenzialmente le relazioni abusive attraverso l’invito alla “sottomissione” ai mariti.
Il paradosso più evidente riguarda il fatto che queste donne, pur promuovendo un ritorno ai valori tradizionali come mogli casalinghe, in realtà si arricchiscono attraverso i loro account sui social media. I contenuti delle tradwife non sono solo intrattenimento, ma rappresentano una fonte di reddito concreta. Simmons spiega di aver interagito con alcune di queste influencer che promettevano di insegnare come fare soldi da casa, cercando di convincere altre persone ad adottare questo stile di vita definendolo come una scelta economica valida.
L’interesse collettivo per il fenomeno solleva domande più profonde sulla società contemporanea. TikTok si è recentemente popolato di trend iperfemminili come le “ragazze coquette” e le tradwives, fenomeni che potrebbero rappresentare una reazione allergica alla cultura stakanovista delle girlboss in carriera. L‘ultra competitività del mondo del lavoro è in crisi: molte giovani vedono le sorelle maggiori lavorare senza sosta per permettersi a malapena un monolocale, affrontando burnout e problemi di salute mentale.
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Di fronte alla precarietà economica del presente, le tradwife offrono rassicuranti risposte sognando un passato mitico di abbondanza: gli anni del boom economico con case enormi e giardino, un tempo di vita più rilassato contro i ritmi frenetici delle corporation, il contatto con la natura al posto delle città congestionate. La sicurezza di una vita forse noiosa ma prevedibile si contrappone all’incertezza di un presente che non sembra offrire prospettive contrattuali stabili, sicurezza economica o garanzie pensionistiche.
La questione centrale che il fenomeno solleva riguarda la natura stessa della scelta femminile: è vero che il femminismo, nella sua essenza, è libertà di scelta, ma i problemi del trend delle tradwife sono troppi per essere ignorati. Stare a casa non è per tutte una scelta, ma spesso un lusso. La rappresentazione idealizzata che appare sui social è accuratamente coreografata ed editata, lontana dalla realtà quotidiana: l’orto richiede fatica costante, stare a casa con i bambini tutto il giorno può essere estenuante, e la presunta galanteria degli anni ’50 non compensa la mancanza di parità, diritti e opportunità che caratterizzava quell’epoca.
Il dibattito rimane aperto: le tradwife sono ingenue idealiste o calcolatrici imprenditrici digitali? Cosa ci affascina davvero dei loro contenuti: l’idea di fare il bucato tutti i giorni o quella di evitare il burnout lavorativo? Se sentiamo il bisogno di romanticizzare un passato in cui le donne avevano meno libertà e opportunità, forse è perché il presente non offre abbastanza spazio per decidere autenticamente della propria vita, intrappolati tra la scelta assurda di sacrificarsi per un lavoro precario o per una famiglia tradizionale, quando il punto dovrebbe essere poter scegliere senza rinunciare, seguendo la propria strada individuale.



