Fuoco e fiamme? Macché. Quello che era stato annunciato come uno degli scontri politici più attesi dell’anno si è trasformato in un inaspettato festival di elogi reciproci. Ieri, il presidente Donald Trump ha accolto alla Casa Bianca Zohran Mamdani, il neo-eletto sindaco di New York City, in un incontro che ha lasciato gli osservatori politici a bocca aperta.
Le premesse lasciavano presagire tensioni. Nel suo discorso di vittoria elettorale, Mamdani, che si definisce un socialista democratico, aveva definito Trump un “despota”. Dal canto suo, la portavoce del presidente aveva descritto la visita come quella di un “comunista che viene alla Casa Bianca”. Trump stesso aveva minacciato di far arrestare e deportare il politico di origini indiane, definendolo il suo “peggior incubo”.
Invece, seduti fianco a fianco nello Studio Ovale, i due uomini hanno mostrato un tono sorprendentemente conciliante. Trump, rilassato dietro il Resolute Desk, con Mamdani alla sua destra e le mani giunte in una postura tranquilla, ha ripetutamente elogiato il sindaco eletto, esprimendo la speranza che possa diventare “un sindaco davvero eccezionale” e dicendosi “fiducioso che possa fare un ottimo lavoro”.
Entrambi hanno sorriso spesso durante la conferenza stampa, e Trump è apparso persino divertito quando i giornalisti gli hanno ricordato gli attacchi politici scambiati durante la campagna elettorale. “Farò il tifo per te”, ha dichiarato il presidente, sigillando quella che molti hanno definito una tregua inaspettata.
Persino nelle punzecchiature sono stati amabili, l’uno con l’altro. Quando un reporter ha chiesto a Mamdani se Trump fosse un “fascista”, il presidente è intervenuto con una battuta: “Va bene, puoi dire semplicemente di sì”, dando un leggero colpetto sul braccio del sindaco eletto e sorridendo. “È più facile che spiegarlo”.
Visualizza questo post su Instagram
Trump ha liquidato anche una domanda provocatoria che citava un attacco della deputata repubblicana Elise Stefanik, una delle sue principali alleate politiche a New York, che aveva definito Mamdani uno “jihadista”. “No, non lo penso”, ha risposto secco il presidente. “A volte dici cose durante una campagna elettorale”, ha aggiunto, riferendosi alla Stefanik.
La chiave di questa armonia inattesa risiede probabilmente nelle loro radici newyorkesi comuni. Entrambi hanno vissuto nel Queens: Trump nella sua casa d’infanzia a Jamaica Estates, Mamdani attualmente ad Astoria. “Abbiamo un amore condiviso” per la città, ha dichiarato il sindaco eletto. Trump ha parlato con affetto della sua città natale e ha persino suggerito che, in un’altra vita politica, gli sarebbe piaciuto essere sindaco di New York.
Ma è sulla questione del costo della vita che i due hanno trovato il terreno più fertile per la collaborazione. Trump ha vinto la rielezione lo scorso anno martellando sul tema dell’inflazione elevata, un problema che ha frustrato gli elettori nel 2024. Mamdani ha costruito la sua campagna elettorale proprio sulla mancanza di alloggi accessibili a New York, proponendo il congelamento degli aumenti degli affitti per alcuni appartamenti a canone controllato.
Durante l’incontro, il sindaco eletto ha affermato di aver discusso con Trump su come “garantire l’accessibilità economica ai newyorkesi”. Ogni volta che gli veniva posta una domanda sulle loro visioni divergenti, Mamdani riportava la conversazione su questo tema centrale, spiegando che gli elettori di Trump gli avevano espresso il desiderio di “porre fine alle guerre infinite” e di avere leader che affrontassero “la crisi del costo della vita”.
Anche su immigrazione e ordine pubblico sono emerse convergenze. Mamdani ha riferito di aver discusso con Trump delle operazioni federali di controllo dell’immigrazione a New York, trasmettendo le preoccupazioni dei residenti sulle modalità con cui vengono condotte. Trump ha però precisato che hanno parlato più di criminalità che di immigrazione. “Lui non vuole vedere criminalità e io non voglio vedere criminalità”, ha affermato il presidente, aggiungendo di avere “pochissimi dubbi” sul fatto che si troveranno d’accordo su questa questione. Trump ha persino dichiarato che si sentirebbe al sicuro vivendo in una New York guidata da Mamdani.
Questa cordialità potrebbe complicare i piani dei repubblicani per le elezioni di metà mandato del 2026, quando sarà in gioco il controllo del Congresso. Secondo il sito americano Axios, i repubblicani avevano pianificato di trasformare Mamdani nel simbolo del Partito Democratico, dipingendolo come anti-polizia, anti-capitalista e anti-Israele per ottenere vantaggi in gare elettorali chiave.
L’atmosfera amichevole dello Studio Ovale potrebbe però minare questa strategia. Mentre elogiava Mamdani, Trump ha dichiarato di credere che il nuovo sindaco “sorprenderà alcune persone conservatrici”. Internet ha reagito con una valanga di meme, con utenti che hanno definito l’incontro “il colpo di scena del 2025” e “un episodio crossover che nessuno aveva chiesto ma che ora tutti stanno guardando”.



