Un microfono dimenticato acceso ha regalato uno dei momenti più surreali del vertice tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago. Il presidente americano, credendo di parlare solo al premier israeliano, si è lamentato pubblicamente di non aver mai ricevuto il premio Nobel per la pace. Mentre le delegazioni erano sedute al tavolo e una decina di giornalisti seguivano da distanza, il presidente americano ha iniziato a elencare i suoi meriti da mediatore internazionale senza accorgersi che il microfono era ancora acceso.
“Ho messo fine a 35 anni di guerra. Mi riconoscono il merito? Non credo proprio“, ha detto Trump rivolto a Netanyahu. Poi ha aggiunto: “Hanno dato il Nobel per la pace… Ho fermato 8 guerre, quella tra India e Pakistan“. A quel punto Netanyahu lo ha interrotto e qualcuno ha avvertito della presenza dei media in sala. Il video del fuorionda è diventato virale sui social in pochi minuti.
Trump ranting to Netanyahu on a hot mic: “Do I get credit for it? No. They gave the Nob– I did 8 of them. How about India and Pakistan? So I did 8 of them. And then I’ll tell you the rest of it.” pic.twitter.com/ZLqQ95MQH0
— Aaron Rupar (@atrupar) December 29, 2025
Al di là dell’episodio, l’incontro ha affrontato questioni cruciali per gli equilibri regionali. Trump ha definito Netanyahu “un primo ministro di guerra e un eroe”, arrivando persino a chiedere pubblicamente che gli venga concessa la grazia per i suoi problemi giudiziari in patria. L’ufficio del presidente israeliano Isaac Herzog ha però smentito immediatamente qualsiasi possibilità in questo senso.
Sul fronte principale della discussione, Trump ha dichiarato di aver “portato la pace nella regione” e di voler procedere rapidamente alla seconda fase del piano per Gaza. Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, sostenuto dall’amministrazione americana, si mantiene complessivamente stabile ma i progressi rallentano.
La prima fase della tregua è partita a ottobre, poco dopo il secondo anniversario dell’attacco di Hamas che causò circa 1.200 morti israeliani. Tutti i 251 ostaggi rapiti sono stati rilasciati, vivi o deceduti, tranne uno. A Mar-a-Lago era presente anche la famiglia dell’ultimo ostaggio ancora a Gaza, con Trump che ha espresso la speranza “sia ancora vivo”.
La seconda fase è molto più complicata: prevede la ricostruzione di una Gaza smilitarizzata sotto controllo internazionale di un organismo presieduto da Trump, il Consiglio per la Pace. I palestinesi dovrebbero formare un comitato “tecnocratico e apolitico” per gestire la vita quotidiana nella Striscia.
“Hamas dovrà disarmare in fretta”, ha tagliato corto il presidente americano. Dall’altra parte però l’ala militare di Hamas ha ribadito tramite il portavoce Abu Obeida che “il nostro popolo si difende e non rinuncerà alle armi finché esisterà l’occupazione”.
Trump si è comunque mostrato ottimista: “La ricostruzione comincerà presto. Abbiamo iniziato dalla sanità, Israele ha rispettato la tregua e ora non vede l’ora di ricostruire. Certo è un caos e Gaza è un posto complicato”.
Le parole più dure Trump le ha riservate a Teheran. “Ho sentito che l’Iran sta cercando di riorganizzarsi, e se lo faranno dovremo fermarli. Li distruggeremo completamente”, ha dichiarato il presidente, aggiungendo che appoggerebbe un attacco contro l’Iran “immediatamente” se il Paese tentasse di riprendere il programma nucleare.
Secondo Trump, l’Iran “vorrebbe fare un accordo” come prima della Guerra dei 12 giorni, ma “se andranno avanti col programma missilistico aiuteremo Israele a colpire”.
Il premier israeliano ha mantenuto un atteggiamento impassibile per quasi tutto l’incontro, limitandosi a dichiarare che Israele “non ha mai avuto un amico come il presidente Trump alla Casa Bianca. Non c’è paragone”. Netanyahu è rimasto freddo anche quando Trump ha suggerito che la Turchia potrebbe aiutare a stabilizzare Gaza, vista la diffidenza del premier verso il leader turco Erdogan.
Sulla Siria, Trump ha espresso la speranza che Netanyahu “vada d’accordo con il nuovo presidente siriano”, definendolo “un tipo indigesto, ma che sta lavorando sodo”. Anche su Hezbollah il presidente ha ricordato che l’organizzazione “ha promesso di disarmare e non lo sta facendo”, in quello che è sembrato un via libera a ulteriori bombardamenti israeliani sul Libano.
Sul tema della Cisgiordania, Trump ha ammesso che lui e Netanyahu “non sono d’accordo al 100%, ma arriveremo a una conclusione”, aggiungendo di essere certo che il premier israeliano “farà la cosa giusta”.
Nonostante l’armonia mostrata in pubblico, secondo diversi osservatori dietro le quinte emergono strategie molto differenti. Trump avrebbe praticamente imposto al premier la “prima pace in tremila anni”, motivato soprattutto dalla prospettiva di accordi commerciali con l’Arabia Saudita. Netanyahu invece crede sia il momento di garantire la sicurezza israeliana attraverso la supremazia militare nella regione, anche a costo di irritare gli alleati arabi di Trump.



