Pablo Picasso nacque il 25 ottobre 1881 a Malaga, in silenzio così totale che la levatrice era sul punto di dichiararlo morto. Fu lo zio Salvador, medico, a rianimarlo soffiandogli in viso il fumo del suo sigaro. Quel respiro involontario salvò al mondo uno degli artisti più prolifici e influenti del XX secolo. Insieme a Georges Braque, è considerato il fondatore del Cubismo, ma la sua storia è fatta di molto altro: di misteri, ossessioni, scandali e una leggenda costruita aneddoto dopo aneddoto.
A cominciare dal nome. Per via della tradizione spagnola del doppio cognome e degli omaggi a santi e parenti vari, il maestro andaluso si ritrovò con un’identità anagrafica praticamente impossibile da ricordare: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Martyr Patricio Clito Ruíz y Picasso. Fu lo stesso artista a spiegare, in una celebre raccolta di conversazioni con il fotografo Brassaï, che scelse il cognome della madre perché lo trovava più insolito e altisonante rispetto a Ruíz, apprezzando anche la doppia s, piuttosto rara in Spagna.
Quel cognome, Picasso, ha radici sorprendenti. La madre dell’artista, Maria Picasso y López de Oñate, discendeva da una famiglia di origini genovesi: il bisnonno materno, Tommaso Picasso, era originario di Sori, in provincia di Genova, e si era stabilito in Spagna nei primi anni dell’Ottocento. Un cognome ligure, dunque, per l’artista che avrebbe ridefinito il linguaggio visivo del Novecento.
Il talento si manifestò prestissimo. Secondo la madre, le sue prime parole furono “piz, piz”, abbreviazione di lápiz, che in spagnolo significa matita. A otto anni realizzò il suo primo olio su tela, El picador amarillo, ritraendo un cavaliere nell’arena con una padronanza tecnica difficile da attribuire a un bambino. Molti anni dopo avrebbe dichiarato: “A 12 anni dipingevo come Raffaello.” Sua guida principale fu il padre Don José Ruiz y Blasco, pittore e insegnante di disegno, che riconobbe subito nel figlio qualcosa che andava ben oltre le proprie capacità e si adoperò per garantirgli una solida formazione accademica classica.
Fino a oltre 25 anni di età, tuttavia, Picasso visse a lungo in condizioni di estrema povertà, spostandosi tra la Spagna e la Francia con un carattere difficile e un’energia creativa inesauribile. Erano gli anni in cui frequentava artisti, poeti e intellettuali a Barcellona e poi a Parigi, stringendo amicizie destinate a segnarlo per sempre. Una in particolare lo devastò: il suicidio del pittore e poeta Carlos Casagemas, suo grande amico e compagno di lavoro, aprì una frattura netta nella sua esistenza e nella sua arte. Da quel lutto nacque il cosiddetto periodo blu, con opere dominate da toni freddi e temi come la solitudine, la povertà e l’emarginazione.
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Nel 1911 Picasso finì al centro di uno scandalo che non aveva nulla di artistico. Il 21 agosto la Monna Lisa scomparve dal Louvre e tra i sospettati di furto finirono lui e l’amico scrittore Guillaume Apollinaire, che vennero entrambi fermati e interrogati. Furono rilasciati senza conseguenze. Il vero responsabile del colpo era un operaio originario di Varese, Vincenzo Pietro Peruggia, smascherato soltanto anni dopo.
Sul piano sentimentale, Picasso lasciò una scia di storie intense e spesso tragiche. Due matrimoni, quattro figli da tre donne diverse e una lunga serie di relazioni si intrecciarono nella sua vita privata. Era inoltre un uomo profondamente superstizioso, caratteristica radicata nella cultura andalusa, e tra le cose su cui non transigeva c’era il fatto di farsi tagliare i capelli soltanto dalle donne con cui viveva, o da un barbiere spagnolo di fiducia conosciuto in Costa Azzurra, tale Eugenio Arias, con cui strinse nel tempo un’amicizia sincera e duratura.
Altrettanto celebre è la sua risposta all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, che a Parigi, di fronte a una riproduzione di Guernica, gli chiese se fosse stato lui a realizzare quell’opera. Picasso rispose senza esitazione: “No, lo avete fatto voi.” Guernica nacque nel 1937 dopo il bombardamento della città basca da parte degli aerei tedeschi a sostegno delle truppe franchiste, e divenne da subito simbolo universale della denuncia contro la guerra e la violenza sui civili.
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Tra i soggetti ricorrenti nelle sue opere spiccano le corride, i tori, i toreri e i picadores. Nonostante non vivesse più in Spagna, Picasso continuò ad assistere agli spettacoli tauromachici nel sud della Francia con grande trasporto. La tauromachia non era per lui semplice ispirazione visiva, ma una passione viscerale, radicata nell’Andalusia della sua infanzia, proprio come il flamenco.
Pittore, scultore, ceramista, litografo, poeta e drammaturgo, Picasso detiene ancora oggi il primato mondiale di produttività artistica, con un catalogo che supera le 150.000 opere tra dipinti, disegni, incisioni e sculture. Le sue ultime parole, pronunciate a cena con amici la sera prima di morire, l’8 aprile 1973, furono: “Bevete per me. Bevete per la mia salute. Sapete che non posso più bere.” Paul McCartney le immortalò nel ritornello di Picasso’s Last Words, pubblicata nello stesso anno nell’album Band on the Run. Un congedo degno di una vita che, in ogni suo aspetto, aveva sempre rifiutato la mediocrità.



