La mattina del 15 gennaio 1947, Betty Bersinger stava camminando con sua figlia in un terreno abbandonato di Leimert Park, periferia di Los Angeles. Quello che vide la traumatizzò per sempre: il corpo senza vita di una giovane donna, reciso in due all’altezza della vita e abbandonato sulla South Norton Avenue. Era Elizabeth Ann Short, 22 anni, che il mondo avrebbe conosciuto con il nome di Dalia Nera.
Nata a Boston il 29 luglio 1924, Elizabeth crebbe in una famiglia segnata dall’assenza. Suo padre li abbandonò quando lei aveva sei anni, costringendo la madre Phoebe Mae a crescere cinque figlie da sola. Elizabeth soffriva d’asma e trascorreva gli inverni in Florida per respirare meglio, lontana dal freddo del Massachusetts.
A diciannove anni raggiunse il padre a Los Angeles sperando in un nuovo inizio, ma la convivenza durò poco. Trovò impiego in un ufficio postale a Camp Cooke, ma nel 1943 venne arrestata per ubriachezza a Santa Barbara. Essendo minorenne, le autorità la riportarono dalla madre nel Massachusetts.
La sua esistenza oscillava continuamente tra speranze e cadute. In Florida conobbe il maggiore Matthew M. Gordon Jr., pilota dell’aviazione destinato al Sud Est Asiatico. Lui le scrisse dall’India chiedendole di sposarlo e lei accettò, ma Gordon morì in un incidente aereo il 10 agosto 1945. Distrutta dal dolore, Elizabeth tornò in California nel luglio 1946.

Amava vestirsi completamente di nero e adorava il film noir “La dalia azzurra” del 1946. Da qui nacque il suo soprannome: la Dalia Nera. Nell’agosto del 1946 arrivò a Hollywood con il sogno di diventare attrice, come migliaia di ragazze della sua età. Viveva in condizioni precarie, spostandosi tra Long Beach e Los Angeles, ospitata da conoscenti o sconosciuti, sopravvivendo con lavoretti occasionali.
Fu vista per l’ultima volta la sera del 9 gennaio 1947 nel salone del Millennium Biltmore Hotel. Sei giorni dopo, il suo corpo venne ritrovato in quelle condizioni che sconvolsero l’intera nazione.
Le modalità del delitto erano terrificanti. Il cadavere mostrava segni di tortura estrema: completamente svuotato del sangue, mutilato, con i capelli tinti di rosso. Sul viso spiccava un taglio profondo da orecchio a orecchio, una tecnica nota come “sorriso di Glasgow”. Il corpo era stato pulito accuratamente e posizionato in modo inquietante, suggerendo una violenza premeditata e fredda. La precisione quasi chirurgica fece ipotizzare agli investigatori che l’assassino potesse avere competenze mediche.
Il Dipartimento di Polizia di Los Angeles avviò una delle operazioni più massicce della sua storia. Centinaia di agenti interrogarono circa mille persone e identificarono centinaia di sospettati. Robert M. Manley, soprannominato Red, fu l’ultimo a vedere Elizabeth viva e divenne naturalmente un sospetto principale, ma venne scagionato.
Tra i nomi emersi nel corso degli anni ci furono George Hill Hodel, un chirurgo con un passato oscuro (nella sua proprietà furono trovate tracce di decomposizione umana), e Leslie Dillon, un fattorino accusato di aver agito su ordine di un proprietario di nightclub. Fu persino scoperta una stanza d’albergo insanguinata, ma nessuna prova portò mai a un arresto definitivo.
In totale, almeno sessanta persone si auto-accusarono o furono accusate del crimine, creando un groviglio investigativo che non portò da nessuna parte. Secondo alcuni osservatori, le indagini presentarono gravi lacune: non furono trovate impronte di scarpe né tracce di pneumatici, e non furono raccolte fibre che avrebbero potuto rivelarsi decisive.
Il caso si svolse in un momento particolare per Los Angeles. La città era attraversata dai sogni degli aspiranti artisti, dagli interessi della mafia legati alla trasformazione urbanistica e da una corruzione politica diffusa. I media si gettarono sulla vicenda, alimentando teorie e speculazioni. Circolò la voce che Elizabeth fosse una prostituta, ma le indagini non confermarono mai questa ipotesi.
Il 25 gennaio 1947, Elizabeth Short venne sepolta nel Mountain View Cemetery a Oakland, in California, non nel Massachusetts da cui proveniva. Una scelta simbolica che rispettava il suo amore per lo stato in cui aveva inseguito i suoi sogni.
A oltre settant’anni di distanza, il delitto della Dalia Nera resta irrisolto. È diventato un simbolo del lato oscuro del sogno americano, della fragilità delle aspirazioni hollywoodiane e dell’incapacità della giustizia di risolvere alcuni crimini efferati. Nel 2006, lo scrittore James Ellroy pubblicò un romanzo sul caso, che ispirò il film di Brian De Palma nel 2007.
Il nome di Elizabeth Short continua a vivere non per quello che avrebbe potuto diventare, ma per la violenza incomprensibile che spezzò la sua giovane vita, lasciando solo domande senza risposta e un mistero che il tempo non è riuscito a cancellare.



