Il 30 dicembre 1610 il conte György Thurzó giunse al castello di Čachtice, nell’attuale Slovacchia, e si trovò di fronte a una scena da incubo: una serva malmenata e svenuta in giardino, il cadavere di una giovane nel vestibolo, una dozzina di fanciulle agonizzanti nei sotterranei. L’aria era impregnata di un odore acre di sangue e putrefazione. La missione di Thurzó era stata ordinata da Mattia II, re d’Ungheria, per verificare le voci che accusavano la contessa Elizabeth Báthory di crimini orrendi.
Ciò che ancora oggi stupisce è che la signora del castello abbia ricevuto il conte e il suo seguito senza alcun imbarazzo, come se quella visione infernale fosse la normalità. Elizabeth Báthory sarebbe passata alla storia come la “contessa sanguinaria” o “contessa Dracula“, accusata di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne. Secondo il Guinness dei Primati, è considerata la più prolifica assassina seriale della storia, con oltre 600 vittime presunte.
Nata il 7 agosto 1560 a Nyírbátor, nell’estremo est dell’Ungheria, Elizabeth apparteneva alla potente casata nobiliare dei Báthory, che controllava vasti territori tra l’attuale Slovacchia, Ungheria e Transilvania. Suo zio, Stephen Báthory, era re di Polonia. La famiglia vantava eroi di guerra, prelati e membri di spicco della nobiltà protestante transilvana. Elizabeth ricevette un’educazione completa che includeva lo studio del latino, tedesco e ungherese, una formazione eccezionale per una donna dell’epoca.
A soli undici anni fu promessa in matrimonio al conte Ferenc Nádasdy, di cinque anni più grande. Prima delle nozze, rimase coinvolta in uno scandalo: rimasta incinta di un servo del castello, partorì in segreto mentre il giovane veniva castrato e giustiziato per ordine di Ferenc. Le nozze si celebrarono comunque l’8 maggio 1575 a Varanno, e Ferenc acquisì il cognome Báthory data l’importanza della famiglia della sposa.
La coppia si trasferì a Čachtice, dove nacquero quattro figli: Anna, Katharina, Ursula e Paul. Ferenc, noto come il Cavaliere Nero d’Ungheria per la sua ferocia in battaglia contro i turchi, si assentava spesso per doveri militari. Elizabeth era stata esposta alla violenza fin da giovane, in un periodo in cui maltrattare i servi era pratica diffusa tra la nobiltà. Esiste un epistolario in cui i coniugi si consigliavano reciprocamente sui metodi di tortura più adeguati per mantenere l’ordine tra i servitori.
Il 4 gennaio 1604 Ferenc morì inaspettatamente durante una campagna contro gli ottomani, per cause mai chiarite. Da quel momento, storia e leggenda si intrecciarono in modo indissolubile. La vedova quarantaquattrenne prese le redini del feudo e non esitò ad allearsi con il nipote Gábor I, principe di Transilvania, per combattere al fianco dei tedeschi contro Mattia II d’Ungheria. Fu proprio in questo periodo che iniziarono a circolare voci inquietanti sulla contessa.
Le prime dicerie sulle sue efferatezze risalgono a prima del 1604, ma fu dopo la morte del marito che si diffusero accuse di stregoneria e notizie della misteriosa scomparsa di molte giovani del luogo. Secondo le testimonianze raccolte durante il processo, Elizabeth e i suoi complici avevano reclutato numerose fanciulle, per la maggior parte adolescenti, con la promessa di lavorare come cameriere o entrare nel seguito della contessa. Una volta rinchiuse nel castello, le giovani venivano torturate con percosse, frustate, tenaglie, paletti e ferri incandescenti, per poi essere sepolte nel parco circostante o nelle segrete.

Durante il processo tenutosi a Bytca, nel nordovest della Slovacchia, furono raccolte testimonianze agghiaccianti. Nell’ottobre 1610 deposero contro di lei 52 persone, numero che l’anno successivo salì a oltre 300. Alcuni testimoni chiave fornirono resoconti dettagliati: Benedek Deseo, responsabile delle operazioni al castello, testimoniò sotto giuramento che Báthory aveva preso la figlia di un calzolaio, l’aveva spogliata e torturata con un coltello, fustigandola e bruciandola con candele accese fino a ucciderla. Jakab Szivassy raccontò di una giovane donna di Bratislava che, non volendo fingersi una ragazza, fu mutilata e la sua carne venne arrostita per ordine della contessa.
Elizabeth e quattro dei suoi servitori furono accusati di tortura e omicidio di 80 donne, anche se si parlò di numeri molto più alti: 36, 80 e addirittura 640 vittime secondo diverse fonti. I complici furono processati, condannati a morte e giustiziati, con i loro corpi bruciati e le ceneri sparse affinché le loro anime non trovassero mai pace. Elizabeth, sfruttando i privilegi del suo rango nobiliare, rifiutò di sottoporsi al giudizio di una corte e non fu mai processata formalmente. Venne però condannata alla reclusione a vita in una stanza del castello di Čachtice, murata viva con solo una piccola apertura per far passare cibo e acqua. Morì nel sonno il 21 agosto 1614, a 54 anni, e fu sepolta nel cimitero del villaggio di Ecsed.
La leggenda secondo cui Elizabeth facesse il bagno nel sangue delle vergini per conservare la giovinezza apparve per la prima volta solo nel 1729, oltre un secolo dopo la sua morte, in un testo dell’accademico gesuita László Turóczi. Questa e altre storie vampiresche furono ripetute da almeno tre storici tra il Settecento e l’Ottocento, ma sono considerate inattendibili dagli studiosi moderni. Alcuni autori sostengono che la storia di Báthory abbia ispirato il romanzo Dracula di Bram Stoker del 1897, anche se gli appunti dello scrittore non forniscono prove dirette di questo collegamento.
Negli ultimi decenni, diversi storici hanno messo in dubbio la veridicità delle accuse. László Nagy e Irma Szádeczky-Kardoss ritengono che altri nobili abbiano architettato le accuse per screditare Báthory, diventata ancora più ricca e potente dopo la morte del marito. L’obiettivo sarebbe stato acquisire influenza e benefici in un periodo segnato da conflitti religiosi, dall’espansione del dominio asburgico e dalle guerre nell’Impero Ottomano.
Una prova a sostegno di questa teoria è il fatto che, nell’accordo con cui la famiglia Báthory ottenne la reclusione nel castello anziché una condanna peggiore, fu cancellato un grosso debito che re Mattia II aveva nei confronti di Elizabeth. Inoltre, il sovrano la vedeva come una minaccia politica perché avrebbe potuto sostenere i tentativi del cugino Gabriel Báthory di sottrargli il controllo dell’Ungheria occidentale. Il conte Thurzó, che condusse le indagini, era cugino di Elizabeth e dopo la sua detenzione si fece carico del feudo dei Báthory.
Altri studiosi sottolineano però che esistono elementi difficili da ignorare. Elizabeth fu accusata principalmente di omicidio e tortura, non di stregoneria come accadeva tipicamente nei processi dell’epoca. Durante un colloquio dopo l’arresto, quando le fu chiesto perché non avesse fermato i suoi complici, la contessa dichiarò: “L’ho fatto io stessa, perché avevo paura anche di loro”. Questa confessione non fu estorta sotto tortura. Inoltre, tre testimoni chiave che fornirono i resoconti più dettagliati non furono torturati per ottenere le loro deposizioni, a differenza dei servitori di Báthory.
Gli unici documenti storici che testimoniano i presunti crimini sono gli atti del processo e le deposizioni raccolte da Thurzó e dai suoi collaboratori. Alcuni autori li ritengono credibili e sufficienti a dimostrare le colpe di Elizabeth; altri ricercatori li considerano invece il risultato di un piano politico orchestrato per eliminare una donna potente che rappresentava un ostacolo per le mire espansionistiche della Corona ungherese.
La verità su Elizabeth Báthory rimane avvolta nel mistero. Fu davvero una spietata assassina seriale che torturò centinaia di giovani donne, oppure una nobildonna potente caduta vittima di un complotto politico in un’epoca di intrighi e lotte per il potere? Gli storici continuano a dibattere, mentre la sua figura resta sospesa tra storia e leggenda, tra realtà documentata e mito popolare, incarnando uno dei casi più enigmatici e controversi della storia europea.



