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Home » Cultura » Storia » Chi è Mark David Chapman, il killer di John Lennon: si mise a leggere Il giovane Holden dopo avergli sparato

Chi è Mark David Chapman, il killer di John Lennon: si mise a leggere Il giovane Holden dopo avergli sparato

L'8 dicembre 1980 Mark Chapman uccise John Lennon davanti al Dakota. Ancora in carcere dopo oltre 40 anni, la libertà vigilata gli è stata negata 14 volte.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino8 Dicembre 2025
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Mark David Chapman NYPD mugshot
Mark David Chapman NYPD mugshot (foto di New York City Police Department - Pubblico dominio/ Wikimedia Commons)

L’8 dicembre 1980 resta una data tragica nella storia della musica: davanti al Dakota, il celebre palazzo di Manhattan dove viveva con Yōko Ono, John Lennon venne assassinato. A premere il grilletto fu Mark David Chapman, un venticinquenne che oggi continua a scontare l’ergastolo in un carcere dello Stato di New York.

Chapman nacque il 10 maggio 1955 a Fort Worth, in Texas, ma trascorse la giovinezza a Decatur, in Georgia. Il rapporto con il padre David, sergente dell’aviazione americana, fu doloroso: secondo le sue stesse parole, l’uomo era violento con la madre Diane e freddo con lui. Da bambino si rifugiava in un mondo immaginario abitato da “piccole persone” che vivevano nelle pareti della sua camera, sulle quali credeva di avere poteri divini. A quattordici anni iniziò a drogarsi, marinava le lezioni e arrivò persino a scappare di casa per vivere due settimane per strada a Miami.

 

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Nel 1971 avvenne una svolta: Chapman si convertì al presbiterianesimo e cominciò a distribuire opuscoli religiosi. Divenne istruttore in un campo estivo della YMCA nella contea di DeKalb, dove conquistò l’affetto dei bambini che lo soprannominarono “Nemo”, come il personaggio di Jules Verne. Venne promosso ad assistente direttore grazie al suo talento con i più piccoli.

Su suggerimento di un amico, Chapman lesse “Il giovane Holden” di J.D. Salinger. Il romanzo, pubblicato nel 1951, racconta le vicende di Holden Caulfield, un adolescente ribelle e alienato. Chapman si identificò talmente tanto con il protagonista da decidere di modellare la propria vita su di lui. Quella che iniziò come una semplice passione letteraria si trasformò col tempo in un’ossessione distruttiva.

Dopo il liceo si spostò a Chicago suonando la chitarra in chiese e locali cristiani, poi lavorò per l’organizzazione World Vision nei campi profughi vietnamiti in Arkansas. Raggiunse persino un certo successo professionale, diventando coordinatore di area e stringendo la mano al presidente Gerald Ford durante un incontro ufficiale.

Ma tutto crollò quando si iscrisse al Covenant College in Georgia. Gli studi andarono male, la relazione con la fidanzata Jessica Blankenship finì, e Chapman sviluppò pesanti sensi di colpa per aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio. Tentò il suicidio collegando un tubo allo scarico dell’auto, ma la madre lo salvò appena in tempo. Venne ricoverato in una struttura psichiatrica con diagnosi di grave depressione.

Da grande fan dei Beatles, Chapman iniziò progressivamente a odiare Lennon. Lo infuriavano il suo stile di vita lussuoso, i testi di canzoni come “God” e “Imagine”, e soprattutto la famosa dichiarazione secondo cui i Beatles erano “più popolari di Gesù”. Nella sua mente distorta, Lennon rappresentava un traditore degli ideali della sua generazione.

Nel 1979 sposò Gloria Hiroko Abe, una donna americana di origine giapponese che secondo alcuni gli ricordava Yōko Ono. Lavorava come guardia giurata a Honolulu ma aveva da poco lasciato l’impiego. Negli anni precedenti l’omicidio aveva fantasticato di uccidere altre celebrità come David Bowie, Johnny Carson o Ronald Reagan, pur non avendo precedenti penali.

Quella mattina Chapman si appostò davanti al Dakota insieme ad altri fan. Nel tardo pomeriggio, quando Lennon uscì con Yōko dopo un servizio fotografico per Rolling Stone con Annie Leibovitz, Chapman si avvicinò timidamente e gli chiese un autografo. Lennon firmò la copertina di “Double Fantasy”, il suo ultimo album, e gli domandò se fosse tutto ciò che voleva. Chapman annuì sorridendo. Il fotografo Paul Goresh immortalò quella scena in una foto che sarebbe diventata tragicamente famosa. Poco prima Chapman aveva parlato anche con Sean, il figlio di cinque anni di John e Yōko.

Chapman rimase ad aspettare per altre quattro ore tenendo in mano una copia de “Il giovane Holden”. Alle 22:51 i coniugi Lennon tornarono a casa. John lo riconobbe apparentemente, ma quando gli voltò le spalle per entrare nell’edificio, Chapman si accovacciò, estrasse una rivoltella calibro 38 e sparò cinque colpi. Secondo alcune testimonianze lo chiamò prima dicendo “Ehi, John!”.

Quattro proiettili colpirono Lennon alla schiena, uno dei quali attraversò l’aorta. Il musicista mormorò “Mi hanno sparato…” prima di crollare. Trasportato d’urgenza al Roosevelt Hospital dall’auto della polizia perché le sue condizioni non permettevano di aspettare l’ambulanza, John Lennon fu dichiarato morto alle 23:15.

Immediatamente dopo aver sparato, Chapman rimase immobile sulla scena del crimine e si mise a leggere “Il giovane Holden”. Il portiere Jay Hastings coprì il petto insanguinato di Lennon con la propria giacca e chiamò la polizia, mentre il custode José Perdomo gli urlò: “Sai che cosa hai appena fatto?”. Chapman rispose con fredda lucidità: “Sì, ho appena sparato a John Lennon”. Si lasciò arrestare senza resistenza.

Tre ore dopo dichiarò: “Sono sicuro che una grossa parte di me è Holden Caulfield, che è il protagonista del libro. Una piccola parte di me deve essere il diavolo”. In seguito ammise di essere andato a New York già due mesi prima con l’intenzione di uccidere Lennon, ma di aver cambiato idea. Confessò che il suo obiettivo era ottenere attenzione e fama.

I suoi avvocati volevano difenderlo sostenendo l’incapacità di intendere e volere, con esperti di salute mentale pronti a testimoniare che fosse in stato psicotico. Ma Chapman collaborò con l’accusa, che sostenne che i suoi sintomi non erano sufficienti per una diagnosi di schizofrenia. Alla fine, dichiarò di volersi dichiarare colpevole seguendo quella che considerava la volontà di Dio.

Il giudice accettò e il 24 agosto 1981 Chapman fu condannato a una pena da un minimo di vent’anni all’ergastolo. Per i primi sei anni rifiutò ogni intervista, poi nel 1992 collaborò con il giornalista Jack Jones per il libro “Let Me Take You Down: Inside the Mind of Mark David Chapman”, dichiarando di provare rimorso.

Dal 2000, quando era trascorso il tempo giusto per la richiesta della libertà vigilata, Chapman ha presentato richiesta di scarcerazione ben quattordici volte, venendo sempre respinto. Dopo trent’anni nel carcere di Attica, nel 2012 fu trasferito a Wende e poi a Green Haven, dove si trova ancora oggi.

Chapman si dichiara un fervente cristiano e un’associazione religiosa ha chiesto il suo rilascio. Yōko Ono e i fan di Lennon, invece, continuano a opporsi fermamente. La vedova dell’ex Beatle ha ripetutamente inviato lettere alla commissione per la libertà vigilata chiedendo che Chapman resti in prigione, temendo per la propria sicurezza e quella dei figli di Lennon, Julian e Sean.

Durante le udienze più recenti, Chapman ha espresso rimorso crescente. Ha dichiarato: “Sapevo cosa stavo facendo, sapevo che era male, che era sbagliato, ma volevo la fama così tanto che ero disposto a dare tutto e a togliere una vita umana”. Nonostante le sue parole, la commissione ha sempre ritenuto che la sua liberazione sarebbe incompatibile con la sicurezza pubblica.

 

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