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Home » Cultura » Storia » Chi erano davvero i partigiani: tra fame, freddo e la lotta per la libertà d’Italia

Chi erano davvero i partigiani: tra fame, freddo e la lotta per la libertà d’Italia

Chi erano davvero i partigiani italiani? Storia, vita quotidiana e sacrifici dei combattenti che tra il 1943 e il 1945 lottarono per liberare l'Italia.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino25 Aprile 2026
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Un corteo per il 25 aprile a Milano
Un corteo per il 25 aprile a Milano (Deposotiphotos)

Il 25 aprile celebra la Festa della Liberazione, il giorno in cui l’Italia si liberò dall’orrore del nazismo e del fascismo nel 1945. Ma dietro questa data storica si nasconde una realtà ben diversa dalla retorica: quella dei partigiani, uomini e donne che combatterono in condizioni estreme per riconquistare la libertà del Paese.

 

Il 25 aprile 1945
Le immagini del 25 aprile 1945 – Fonte: istituto Luce

Quando l’8 settembre 1943 l’armistizio con gli Alleati fu annunciato al Paese, la Germania nazista non perse un minuto: occupò il Centro-Nord della penisola, rimise Mussolini a capo di uno stato fantoccio chiamato Repubblica Sociale Italiana e trasformò l’Italia in un campo di battaglia. Fu in quel preciso momento che migliaia di uomini e donne scelsero da che parte stare, dando vita a uno dei movimenti di resistenza armata più significativi dell’Europa occupata.

Il giorno dopo l’armistizio, il 9 settembre 1943, nasceva a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale, il CLN, formato dai rappresentanti di tutti i partiti che il fascismo aveva messo al bando per vent’anni: comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali. Era il primo embrione di una struttura politica e militare che avrebbe coordinato la lotta nei venti mesi successivi. Una svolta decisiva arrivò nella primavera del 1944, quando Palmiro Togliatti, rientrato dall’esilio sovietico, propose la formazione di governi di unità nazionale e aprì la strada a un fronte antifascista compatto.

Le formazioni partigiane erano articolate e diverse tra loro. C’erano i GAP, Gruppi di Azione Patriottica, e i SAP, Squadre d’Azione Partigiana, entrambi legati al Partito Comunista Italiano. Accanto a loro operavano le brigate di Giustizia e Libertà, espressione del Partito d’Azione, e le formazioni Matteotti, vicine ai socialisti. A queste si aggiungevano le divisioni autonome come le Fiamme Verdi nel Bresciano e le brigate Osoppo in Friuli, che non si riconoscevano in nessun partito e davano alla lotta un carattere prevalentemente militare. Tutti rispondevano, almeno formalmente, al coordinamento del CLN e, dall’estate del 1944, al Corpo Volontari della Libertà.

I numeri dicono molto. Alla fine del 1943 i combattenti attivi erano stimati in circa 18.000; nell’estate del 1944 avevano già superato i 100.000, per arrivare alla cifra ufficiale di 235.000 a guerra conclusa. Un prezzo altissimo fu pagato in vite umane: 45.000 partigiani caddero combattendo, altri 20.000 rimasero invalidi. Il Veneto registrò il maggior numero di morti, oltre 6.000.

La vita quotidiana di un partigiano era fatta soprattutto di privazioni. Non esistevano uniformi: ci si arrangiava con quello che si aveva, distinguendosi solo attraverso fazzoletti colorati, rossi per le formazioni garibaldine, verdi per quelle di Giustizia e Libertà, azzurri per i gruppi autonomi. Le armi erano poche, arrivavano dai lanci Alleati o venivano sottratte al nemico. Chi operava in città si nascondeva in cantine e appartamenti; chi era in montagna dormiva in stalle, rifugi di fortuna o bivacchi esposti al gelo. Il cibo era minestra, riso stracotto, patate bollite. Il freddo e la fame erano compagni fissi.

Eppure nessuna guerriglia avrebbe potuto sopravvivere senza il sostegno silenzioso della popolazione civile. Contadini e abitanti dei borghi davano rifugio, cibo e informazioni, sapendo che farlo equivaleva a rischiare la vita. Le autorità nazifasciste incoraggiavano apertamente la delazione, e chi veniva scoperto ad aiutare i partigiani finiva arrestato o fucilato. La stessa sorte attendeva i combattenti catturati: la carcerazione immediata e spesso l’esecuzione sommaria.

Anche le donne ebbero un ruolo tutt’altro che marginale. Spesso impiegate come staffette perché meno sospette agli occhi dei soldati occupanti, molte imbracciarono le armi in prima persona. Carla Capponi partecipò all’attentato di Via Rasella a Roma il 23 marzo 1944, divenendo poi vicecomandante della sua unità. Nilde Iotti, staffetta partigiana, avrebbe scritto decenni dopo la storia dell’Italia repubblicana come prima donna a presiedere la Camera dei Deputati. Il contributo femminile alla Resistenza fu, tra le altre conseguenze, uno degli argomenti decisivi che portarono al suffragio universale nel referendum del 2 giugno 1946.

Staffette partigiane
Staffette partigiane (fonte: ANPI Reggio Emilia)

Sul piano strettamente militare, i partigiani non furono determinanti per l’esito finale della guerra, ma costrinsero i comandi tedeschi a tenere presidiato il territorio con forze ingenti, sottraendole ai fronti principali. Il loro contributo più duraturo fu però di natura civile e politica: la Resistenza forgiò una nuova classe dirigente, rimise in circolazione i valori democratici dopo vent’anni di dittatura e ridisegnò il ruolo della donna nella società italiana. Quella lotta, consumata tra la neve delle montagne e le strade di città occupate, è la radice profonda su cui è stata costruita la Repubblica.

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