Al Capone, l’uomo che è riuscito a costruire un impero criminale sul proibizionismo, il gioco d’azzardo e l’estorsione in quel di Chicago, è caduto sotto il peso delle tasse. O, meglio, dell’evasione fiscale. A portarlo in tribunale grazie a questa imputazione è Eliot Ness, un giovane e determinato agente dell’FBI che, insieme alla sua squadra, ha ispirato il film Gli Intoccabili, diretto da Bian De Palma nel 1987.

Dopo diversi tentativi, infatti, Ness si rende conto che le prove per incriminare Al Capone, gangster di origini italiane, non sono facili da reperire, essendo circondato da una fitta rete di protezione ed omertà. Per questo motivo decide di aggirare il problema attaccando il boss dal punto di vista finanziario. In questo settore, infatti, era molto più facili reperire delle documentazioni evidenti.
Con un lavoro certosino, dunque, sono state esaminate ogni transazione, ricevuta e documento contabile. Alla fine, però, gli “Intoccabili” sono riusciti a ricostruire un quadro chiaro delle immense ricchezze accumulate da Capone e dalle sue imprese. Le prove, dunque, sono state più che sufficienti per portare il noto mafioso in tribunale nel 1931. Anno in cui, nonostante i tentativi dell’accusa di screditare la ricostruzione portata a termine dalla squadra di Ness, arriva la condanna a undici anni di carcere e a una multa di 50.000 dollari. In questo modo si chiude un’era celebrata e romanzata dal cinema ma che, nella realtà, ha avuto risvolti tutt’altro che positivi. Capone finì dietro le sbarre della prigione di Atlanta. Qui, però, dimostrò che il suo potere non conosceva confini: grazie a corruzione e contatti, trasformò la sua cella in un ufficio di lusso, continuando a gestire il suo impero criminale come se non fosse mai stato arrestato.
Per mettere fine a questo privilegio, le autorità americane decisero nel 1934 di adottare il pugno di ferro, trasferendolo nella neonata prigione di massima sicurezza di Alcatraz, su un’isola inaccessibile nella baia di San Francisco. Tra quelle mura gelide, “Scarface” non era più il re di Chicago, ma solo il detenuto numero 85. Il regime di isolamento e la disciplina ferrea spezzarono la sua influenza e, lentamente, anche la sua salute. Durante gli anni della prigionia, una sifilide contratta da giovane e mai curata iniziò a devastare il suo sistema nervoso, portandolo a passare molto tempo nell’ospedale del carcere.
Quando fu rimesso in libertà il 26 novembre 1939, Al Capone era l’ombra del potente gangster di un tempo. Uscito di prigione ormai senza soldi e con l’impero dissolto, si ritrovò a dipendere economicamente dai suoi fratelli. La malattia degenerò in una forma grave di demenza senile, che offuscò completamente la sua mente. Si ritirò nella sua villa di Miami Beach, in Florida, dove trascorse gli ultimi anni lontano dai riflettori della cronaca nera. Il celebre boss morì a soli quarantotto anni, il 25 gennaio 1947, segnando la fine definitiva di un’era segnata dal sangue e dal proibizionismo.



