A più di sessant’anni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto il 22 novembre 1963 a Dallas, il suo mito continua a esercitare una forza magnetica sul cinema e sulla televisione. Non solo perché la sua morte rimane uno dei traumi più profondi della storia americana, ma anche perché la figura di JFK, con il suo carisma, la retorica modernissima e l’immagine della “Nuova Frontiera”, si presta a essere continuamente reinterpretata in chiave politica, culturale e persino psicologica.
La presenza di Kennedy nello spazio mediatico fu rivoluzionaria: elegante, fotogenico e perfettamente a suo agio davanti alle telecamere, fu il primo presidente “cinematografico” dell’era moderna. Non stupisce quindi che Hollywood e la TV abbiano trovato nel suo personaggio un materiale narrativo inesauribile.
Film e serie hanno spesso raccontato il suo rapporto con i media come una componente decisiva del suo potere. In The Kennedys (2011), ad esempio, la costruzione dell’immagine pubblica è trattata come una strategia politica quasi scientifica, mentre pellicole come Thirteen Days (2000) mostrano il Kennedy leader, capace di reggere la tensione planetaria della crisi dei missili con un misto di fermezza e prudenza che il cinema ha trasformato in mito.

Il 22 novembre resta però il cuore oscuro di qualsiasi narrazione su JFK. Nessun evento, nella storia americana contemporanea, ha prodotto una tale quantità di film, documentari, ricostruzioni e ipotesi. Da JFK di Oliver Stone (1991), che ha alimentato per decenni il dibattito sulle teorie alternative, ai più sobri documentari televisivi basati sulle indagini ufficiali, l’assassinio è diventato un genere a sé, una storia nella storia.
Il cinema ha contribuito a creare e al tempo stesso a decostruire il mito: da un lato, rappresentando Kennedy come la promessa di un’America migliore spezzata prematuramente; dall’altro, mettendo in scena i retroscena politici, le rivalità interne e la complessità di un’epoca attraversata da tensioni immense. Ogni nuova opera aggiunge un tassello, rimescolando memoria e immaginazione.
Una delle caratteristiche più affascinanti delle rappresentazioni di JFK è la loro varietà. Il presidente appare come eroe idealista, stratega lucido, padre imperfetto, marito controverso, vittima della Storia. Talvolta, come in Parkland (2013), diventa quasi un’assenza: il film segue chi gli stava attorno, restituendo la tragedia attraverso le vite colpite dal destino di un singolo uomo.
Le serie antologiche e i prodotti di qualità degli ultimi anni tendono invece a contestualizzare la figura di Kennedy all’interno dell’intero immaginario americano del XX secolo, rendendo evidente quanto il suo mito sia una lente attraverso cui gli Stati Uniti guardano sé stessi.
Che sia rappresentato come un visionario, un martire politico o un protagonista tragico, JFK continua a incarnare qualcosa che va oltre la sua biografia. Al cinema e in TV, Kennedy è diventato un simbolo dell’eterna tensione americana tra idealismo e disillusione, tra leadership e fragilità, tra speranza e perdita.
Nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, ricordare il suo mito cinematografico e televisivo significa anche osservare come, decennio dopo decennio, gli Stati Uniti continuino a interrogarsi su ciò che Kennedy rappresentò allora e su ciò che continua a rappresentare oggi.



