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Home » Cultura » Storia » Quel “No” agli USA e le armi spianate a Sigonella: la notte in cui l’Italia di Craxi sfidò Reagan.

Quel “No” agli USA e le armi spianate a Sigonella: la notte in cui l’Italia di Craxi sfidò Reagan.

Ottobre 1985: a Sigonella carabinieri e Delta Force si fronteggiarono armati. Craxi disse no a Reagan dopo il dirottamento dell'Achille Lauro.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino31 Marzo 2026
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La base di Sigonella con l'Etna sullo sfondo
La base di Sigonella con l'Etna sullo sfondo (foto di U.S. Navy photo by Photographer's Mate 2nd Class Damon J. Moritz. - Quest'opera è stata realizzata dalla Marina Militare degli Stati Uniti d'America con codice di identificazione 030325-N-9693M-001, Pubblico Dominio Wikimedia Commons)

La storia si ripete? Non lo sappiamo ancora, ma la decisione del ministro della Difesa Crosetto di negare la base di Sigonella agli USA per mancanza della consultazione preventiva, come stabilito dagli accordi, notizia riportata in esclusiva dal sito di Corriere della Sera, riporta alla mente un altro momento storico importante legato a Sigonella. Nell’ottobre del 1985, la base siciliana fu teatro di uno degli episodi più drammatici e meno conosciuti della storia repubblicana italiana: una crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti che rischiò di degenerare in uno scontro armato diretto. Da una parte i militari della Vigilanza Aeronautica Militare e i carabinieri italiani, dall’altra i soldati della Delta Force americana, reparto speciale delle forze armate statunitensi, si fronteggiarono con le armi in pugno in una notte carica di tensione.

 

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Tutto ebbe inizio con il dirottamento della nave da crociera italiana Achille Lauro, avvenuto il 7 ottobre 1985. Quel lunedì, alle 13:07, mentre la nave si apprestava a lasciare le acque egiziane diretta verso Israele, quattro terroristi armati ne presero il controllo. Gli uomini, infiltrati a bordo con passaporti falsi, furono sorpresi da un membro dell’equipaggio mentre maneggiavano armi destinate a una missione programmata durante lo sbarco nel porto israeliano di Ashdod.

La reazione fu immediata e violenta: dopo una sparatoria che ferì a una gamba il componente dell’equipaggio, i terroristi si impossessarono della nave. Riuscirono comunque a inviare un segnale di mayday, captato in Svezia, che allertò le autorità internazionali. I sequestratori si dichiararono esponenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ma appartenevano in realtà al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. La loro richiesta era la liberazione di cinquanta compagni palestinesi imprigionati in Israele, minacciando altrimenti di far esplodere la nave.

In Italia scattò immediatamente l’allerta ai massimi livelli. Il ministro degli affari esteri Giulio Andreotti e il ministro della difesa Giovanni Spadolini si attivarono per gestire una trattativa che apparve sin da subito particolarmente complessa e rischiosa, anche per le diverse opinioni politiche all’interno del governo italiano. Spadolini convocò tutti i vertici delle forze armate e del controspionaggio, mentre Andreotti mise in moto i suoi canali diplomatici nel mondo arabo moderato.

Secondo quanto ricostruito, ad Andreotti fu affidato dal presidente del Consiglio Bettino Craxi il rapporto con Hafiz al-Assad, presidente della Siria, considerato un punto decisivo poiché la nave sequestrata sembrava dirigersi proprio verso il porto siriano di Tartus. In poche ore, Andreotti riuscì a rintracciare il dittatore siriano in Germania, dove si trovava segretamente per sottoporsi a un’operazione chirurgica. Assad agì immediatamente, obbligando chi controllava la nave a invertire la rotta verso le acque antistanti l’Egitto.

Alle 22:10 la capitaneria di Porto Said captò via radio la prima rivendicazione ufficiale del commando. Dopo una telefonata tra Andreotti e Yasser Arafat, presidente dell’OLP e capo di al-Fatah, il leader palestinese diffuse un comunicato per dichiarare la totale estraneità dell’organizzazione al sequestro. Nel frattempo, Craxi riuscì ad assicurarsi l’appoggio del presidente della Tunisia Bourghiba, paese in cui l’OLP si trovava in esilio in quel periodo.

Durante la drammatica vicenda del sequestro, i terroristi commisero un omicidio che avrebbe avuto conseguenze determinanti: uccisero Leon Klinghoffer, un passeggero statunitense. Questo dettaglio trasformò quello che era un dirottamento in un caso internazionale di primaria importanza, coinvolgendo direttamente gli Stati Uniti e il presidente Ronald Reagan.

Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, dopo un vertice al Ministero della difesa italiano e ottenute le autorizzazioni da Gran Bretagna e Stati Uniti, partì ufficialmente l’operazione Margherita. La mobilitazione prevedeva quattro elicotteri da trasporto con sessanta paracadutisti, incursori e ricognitori per individuare la nave e preparare un eventuale blitz.

La tensione raggiunse il culmine quando le forze italiane e americane si trovarono faccia a faccia sulla pista della base aerea di Sigonella. Il presidente Reagan pretendeva la consegna dei terroristi alle autorità statunitensi, mentre Craxi rivendicava la sovranità italiana e il diritto di processarli in Italia, trattandosi di un crimine commesso su una nave battente bandiera italiana. Il braccio di ferro politico tra i due leader si tradusse in un confronto militare diretto, con soldati italiani e americani che si fronteggiarono armati, pronti a tutto.

La crisi di Sigonella rappresentò un momento di rottura senza precedenti tra due paesi alleati nella NATO. Ora bisogna vedere se la storia si ripeterà.

 

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