Silvia Della Monica è un nome che pochi conoscono, eppure la sua storia personale si intreccia in modo drammatico con uno dei casi di cronaca nera più inquietanti d’Italia: i delitti del mostro di Firenze. Nata a Napoli, classe 1948, residente poi a Firenze, la magistrata fu l’unica donna a indagare sulla serie di omicidi che terrorizzò la Toscana tra gli anni Settanta e Ottanta. E fu proprio a lei che il killer, nel settembre 1985, dopo l’ultimo duplice omicidio, inviò un macabro messaggio: un pezzo della pelle del seno di Nadine Mauriot, una delle vittime.
“Non parlo molto volentieri di queste vicende”, ammette oggi Della Monica in un’intervista a La Nazione. Eppure, in occasione dell’uscita della serie Netflix dedicata al caso, ha accettato di raccontare la sua esperienza, fatta di indagini serrate, frustrazioni investigative e il tormento di non essere riuscita a fermare gli omicidi in tempo.

La magistrata ha seguito le indagini sul mostro di Firenze fino al 1983, un periodo caratterizzato da piste che si moltiplicavano senza portare a risultati concreti. La difficoltà principale? L’arma del delitto non venne mai ritrovata. “La cosa più angosciosa di questa vicenda è che era molto difficile muoversi senza il ritrovamento dell’arma“, spiega Della Monica.
Nel 1982, Silvia Della Monica decise di tentare una mossa audace: lanciò un appello pubblico completamente falso. D’intesa con le famiglie delle vittime, dichiarò che uno dei ragazzi sopravvissuti, Stefano Mainardi, era riuscito a parlare prima di morire, fornendo informazioni cruciali sull’assassino. Era un tranello studiato per spingere il mostro a compiere un passo falso, magari cercando di verificare la veridicità della notizia. “Purtroppo, però, non riuscimmo a intercettare una telefonata importante che arrivò all’ospedale di una persona che s’informava sulle condizioni del ragazzo“, racconta con rammarico il magistrato. Quella chiamata poteva essere proprio del killer.
La strategia non funzionò come sperato, ma forse proprio quella sfida pubblica non passò inosservata. Dopo l’ultimo duplice omicidio del 1985, quando il mostro uccise i giovani francesi Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, Silvia Della Monica ricevette una lettera agghiacciante: conteneva un pezzo della pelle della vittima. “Quel reperto avrei preferito non riceverlo. Non tanto per me ma per le ulteriori vittime che c’erano state“, confessa.
Della Monica è convinta che il Mostro le abbia scritto per un motivo preciso: “È un fatto storico che sia stata l’unico donna che ha indagato e che nel 1982 avessi lanciato l’appello fasullo“, risponde Della Monica, lasciando ad altri l’interpretazione psicologica del gesto. La lettera rappresentava qualcosa di più di un trofeo macabro: era un messaggio diretto, personale, una risposta alla magistrata che aveva osato sfidarlo pubblicamente.
Nel 1983, Della Monica abbandonò le indagini. Poi, il mostro colpì ancora. “Inesorabilmente venne un altro duplice omicidio e poi ci fu l’epilogo con la lettera“, ricorda con dolore. La frustrazione di non essere riuscita a proteggere altre vite è un peso che Silvia Della Monica e il suo collega Piero Vigna hanno portato con sé per anni.



