Un prelievo del sangue potrebbe un giorno rivelare, con decenni d’anticipo, il rischio di sviluppare l’Alzheimer. Uno studio appena pubblicato su JAMA Network Open dall’Università della California di San Diego ha dimostrato che un marcatore biologico già presente nel sangue è in grado di segnalare un pericolo elevato di demenza fino a 25 anni prima della comparsa di qualsiasi sintomo visibile. La ricerca ha coinvolto oltre 2.700 donne anziane, seguite per un quarto di secolo.

Al centro della scoperta c’è una proteina chiamata tau fosforilata 217, nota con la sigla p-tau217. Nell’Alzheimer, il cervello accumula versioni anomale di due proteine, tau e beta-amiloide, in un processo silenzioso che può durare decenni prima di manifestarsi con i classici disturbi di memoria. Già nel 2020, il gruppo del neurologo Oskar Hansson dell’Università di Lund, in Svezia, aveva dimostrato che p-tau217 distingue l’Alzheimer da altre malattie neurodegenerative con un’accuratezza prossima al 100%. Da allora, questo marcatore è diventato il più studiato e promettente tra quelli rilevabili nel sangue.
“Tra tutti i biomarcatori ematici per l’Alzheimer, p-tau217 è quello che ha mostrato i risultati più solidi nel rilevare le alterazioni cerebrali tipiche della malattia“, ha spiegato il primo autore dello studio, Aladdin Shadyab, professore associato di salute pubblica e medicina presso la UC San Diego.
I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue raccolti alla fine degli anni Novanta da 2.766 partecipanti al Women’s Health Initiative Memory Study, tutte donne tra i 65 e i 79 anni, prive di qualsiasi segno di deterioramento cognitivo al momento dell’arruolamento. Le partecipanti sono state seguite per un massimo di 25 anni: alcune hanno sviluppato demenza conclamata, altre un deterioramento cognitivo lieve, condizione che spesso precede la demenza.
L’analisi ha rivelato che le donne con i livelli più alti di p-tau217 nel plasma all’inizio dello studio avevano una probabilità significativamente maggiore di sviluppare entrambe le condizioni. Il rischio, però, non era uniforme: risultava più marcato nelle donne con più di 70 anni, nelle portatrici del gene APOE ε4, noto fattore di rischio genetico per l’Alzheimer, e in quelle che avevano ricevuto una terapia ormonale combinata con estrogeni e progestinico.
Uno degli aspetti più concreti di questa ricerca riguarda la praticità del test. I metodi tradizionali per individuare i marcatori dell’Alzheimer nel cervello, come la PET amiloide o l’analisi del liquido cerebrospinale tramite puntura lombare, sono costosi, invasivi e di difficile accesso su larga scala. Un semplice prelievo venoso, al contrario, è economico e ripetibile.
“I biomarcatori ematici come p-tau217 sono particolarmente promettenti perché molto meno invasivi e potenzialmente più accessibili rispetto all’imaging cerebrale o ai test sul liquido spinale“, ha dichiarato la co-autrice senior Linda K. McEvoy, ricercatrice del Kaiser Permanente Washington Health Research Institute.
Un recente studio su Nature Medicine ha spinto il concetto ancora oltre: utilizzando modelli cosiddetti “a orologio” basati su p-tau217, i ricercatori sono riusciti a stimare non solo se una persona svilupperà l’Alzheimer, ma anche quando compariranno i primi sintomi, con un margine d’errore medio di circa tre anni.

Nonostante i risultati incoraggianti, i ricercatori sono espliciti: l’applicazione routinaria di questo test negli ambulatori è ancora lontana. Lo studio si è concentrato esclusivamente su donne anziane, il che impone cautela nell’estendere le conclusioni agli uomini o a fasce d’età più giovani. “Sono necessari ulteriori studi per confermare la capacità predittiva del marcatore in persone prive di qualsiasi sintomo“, ha sottolineato Shadyab.
Negli Stati Uniti esistono già due test ematici autorizzati dalla FDA per la diagnosi dell’Alzheimer, entrambi basati su p-tau217, ma per ora restano strumenti clinici, non di screening preventivo generalizzato.
L’utilità più immediata potrebbe essere nella ricerca: selezionare in anticipo le persone a più alto rischio consente di costruire trial clinici più efficaci, testando le nuove terapie preventive proprio su chi ne ha maggiore necessità. Un passo concreto verso l’obiettivo che la scienza insegue da decenni, rallentare, o un giorno fermare del tutto, una malattia che colpisce oltre 55 milioni di persone nel mondo.



