Le specie di Plasmodium capaci di infettare l’uomo sono principalmente quattro, ma la più pericolosa è il Plasmodium falciparum, responsabile della forma più grave della malattia e della quasi totalità dei decessi. Gli studi genetici suggeriscono che il parassita accompagni l’umanità da oltre cinquantamila anni: la prima descrizione clinica riconoscibile risale addirittura a Ippocrate, che nella Grecia antica annotò le caratteristiche febbri intermittenti che la contraddistinguono.
I sintomi esordiscono con brividi improvvisi e intensi, seguiti da una febbre che può superare i 40 gradi, e si concludono con una sudorazione abbondante man mano che la temperatura scende. Questo ciclo, della durata di quattro-sei ore, tende a ripetersi ogni due o tre giorni a seconda della specie di parassita coinvolta. Si aggiungono spesso dolori muscolari, mal di testa, vomito e un senso di prostrazione generale. Nei bambini piccoli e nei soggetti non immuni, la malattia può degenerare rapidamente verso forme gravissime che colpiscono il cervello, i reni e il sistema respiratorio.

A livello globale, ogni anno si contano oltre duecento milioni di nuovi casi e circa quattrocentomila decessi, con una concentrazione drammatica nell’Africa subsahariana. Il quaranta percento della popolazione mondiale vive in zone a rischio.
Nelle scorse ore, una ragazzina di dodici anni residente a Chioggia, in provincia di Venezia, è stata trasferita d’urgenza in terapia intensiva all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova dopo che i medici dell’ospedale della Navicella avevano diagnosticato un caso di malaria. La giovane aveva manifestato febbre alta, dolori muscolari e vomito alcuni giorni dopo il rientro da un viaggio in Africa con la famiglia. La diagnosi è stata confermata tramite test rapidi e analisi molecolari. Il caso ricorda quanto la malattia, debellata in Italia da decenni, possa colpire chiunque torni da aree endemiche senza adeguate precauzioni.
Chi si appresta a viaggiare verso zone malariche dell’Africa, infatti, deve rivolgersi al proprio medico o a un centro di medicina dei viaggi con almeno quattro-sei settimane di anticipo rispetto alla partenza. Il medico valuterà la destinazione specifica, la durata del soggiorno e le eventuali condizioni di salute del viaggiatore per prescrivere la chemioprofilassi più adatta: i farmaci più utilizzati includono la meflochina, l’atovaquone-proguanile (Malarone) e la doxiciclina, ciascuno con caratteristiche, tempistiche e controindicazioni diverse. È fondamentale iniziare la profilassi prima della partenza e proseguirla per le settimane successive al rientro, come indicato dal medico.
Altrettanto importante è la protezione fisica dalle punture: la zanzara Anopheles punge prevalentemente tra il tramonto e l’alba, pertanto è indispensabile coprire la pelle nelle ore serali, applicare repellenti a base di DEET sulle zone esposte, dormire sotto zanzariere impregnate di insetticida e soggiornare in ambienti con l’aria condizionata, che riduce sensibilmente l’attività degli insetti.
Al ritorno, qualsiasi episodio febbrile comparso entro un mese (e in alcuni casi fino a un anno) dal rientro deve essere segnalato immediatamente al medico, indicando il paese visitato: la rapidità della diagnosi può fare la differenza tra una guarigione completa e complicazioni gravi.
In Italia la malaria è stata eradicata attorno agli anni Cinquanta, grazie a campagne di bonifica e all’impiego di insetticidi finanziate anche dalla Fondazione Rockefeller. I casi che si registrano oggi sono quasi esclusivamente di importazione: tra il 2017 e il 2023 sono stati segnalati oltre quattromila episodi, in larga parte riguardanti chi aveva visitato un paese africano senza un’adeguata protezione preventiva. La vicenda della dodicenne di Chioggia ne è l’ennesima, eloquente conferma.



