La Campania sta affrontando una grave emergenza sanitaria legata all’epatite A. Secondo i dati della Regione Campania aggiornati al 18 marzo 2026, i casi confermati hanno raggiunto quota 133, con un incremento progressivo che ha messo sotto pressione l’intera rete ospedaliera del territorio, in particolare nella provincia di Napoli.
L’ospedale Cotugno di Napoli, riferimento regionale per le malattie infettive, si trova in una situazione critica. Oltre 40 pazienti sono attualmente ricoverati nei reparti dedicati, mentre una dozzina di persone sono sistemate su barelle nel pronto soccorso a causa dell’esaurimento dei posti letto disponibili.
La direzione sanitaria del Cotugno ha dovuto opporre uno stop alle richieste di nuovi ricoveri provenienti dall’intera regione, costringendo altri presidi ospedalieri ad attrezzarsi per fronteggiare l’emergenza. Strutture come l’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, quello di Frattamaggiore, Villa Betania a Napoli e l’ospedale Moscati di Aversa hanno dedicato intere corsie ai pazienti affetti da epatite A, con circa una decina di ricoverati ciascuno.
L’età media dei pazienti ricoverati oscilla tra i 35 e i 45 anni. Sebbene le condizioni generali dei degenti siano monitorate costantemente e risultino nella maggior parte dei casi stabili, si è registrato un caso particolarmente grave: un uomo di 46 anni è stato trasferito d’urgenza all’ospedale Cardarelli per insufficienza epatica severa ed è attualmente in prognosi riservata, inserito nella lista d’attesa per trapianto di fegato.
Le indagini condotte dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici, diretto da Giuseppe Iovane, hanno individuato l’origine dell’ondata di contagi. Oltre il 50 per cento delle persone ricoverate al Cotugno ha dichiarato di aver consumato frutti di mare crudi o molluschi, mentre la restante parte ha ammesso di aver mangiato pesce crudo o di essere entrata in contatto con persone già portatrici del virus, spesso inconsapevolmente.

I ricercatori dell’Istituto hanno analizzato campioni d’acqua del golfo di Napoli, riscontrando la presenza del virus dell’epatite A nelle acque che bagnano Pozzuoli e la zona flegrea, da un lato, e in quelle di Castellammare di Stabia, dall’altro. L’ipotesi più accreditata è che le abbondanti piogge delle ultime settimane abbiano riversato in mare quantità significative di liquami provenienti da fogne e acque reflue, contaminando le acque in cui vengono tenuti o bagnati i molluschi destinati alla vendita, generalmente provenienti da fuori regione.
L’epatite A è un’infezione acuta del fegato causata dal virus HAV, che si trasmette per via oro-fecale attraverso l’ingestione di acqua o cibi contaminati, oppure per contatto stretto con una persona infetta. Il periodo di incubazione varia generalmente da 15 a 50 giorni, ma il virus è presente nelle feci già 7-10 giorni prima della comparsa dei sintomi, rendendo possibile il contagio anche in fase asintomatica.
I sintomi più frequenti includono febbre, malessere generale, nausea, dolori addominali, urine scure e ittero. Nei bambini l’infezione può decorrere senza sintomi evidenti, mentre negli adulti, specialmente se anziani o con patologie epatiche preesistenti, il decorso può essere più impegnativo.
La Regione Campania ha disposto un rafforzamento delle attività di controllo lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi, coinvolgendo i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL, l’Istituto Zooprofilattico e la rete tecnico-scientifica della Direzione Generale per la Tutela della Salute. Le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni precise per la popolazione.
La misura preventiva più importante è evitare il consumo di molluschi crudi o appena scottati. Per cozze, vongole e altri molluschi bivalvi, la sola apertura delle valve non rappresenta una garanzia sufficiente di sicurezza: la cottura deve proseguire fino a quando il prodotto risulta ben cotto in modo uniforme. Non vanno consumati molluschi “appena aperti”, tiepidi o solo parzialmente cotti.
È fondamentale acquistare esclusivamente da rivenditori autorizzati, verificando etichettatura, provenienza e corrette modalità di conservazione, ed evitare prodotti di dubbia provenienza o venduti fuori dai canali ufficiali. Per i frutti di bosco surgelati, l’Istituto Superiore di Sanità raccomanda di portarli a ebollizione a 100 gradi per almeno 2 minuti prima del consumo, evitando di utilizzarli crudi per guarnire dolci o macedonie.
Le regole igieniche quotidiane sono altrettanto decisive: lavare accuratamente le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi prima di cucinare e mangiare, separare alimenti crudi e cotti utilizzando utensili diversi, pulire e sanificare piani di lavoro e superfici dopo la manipolazione di alimenti crudi, lavare bene frutta e verdura sotto acqua corrente.
La vaccinazione resta la misura più efficace di prevenzione, particolarmente importante per i contatti di casi confermati e per le persone a maggiore rischio. In caso di esposizione recente, la valutazione deve essere tempestiva: la vaccinazione post-esposizione è tanto più efficace quanto più precocemente viene somministrata. Chi è stato a stretto contatto con un caso confermato deve rivolgersi immediatamente al proprio medico o ai Servizi di Prevenzione della ASL.
È importante rivolgersi al medico in presenza di sintomi come nausea persistente, forte stanchezza, dolore addominale, urine scure, feci chiare o colorazione gialla della pelle e degli occhi. Nella maggior parte dei casi la guarigione è completa, ma diagnosi precoce, igiene accurata e comportamenti alimentari prudenti rappresentano gli strumenti più efficaci per contenere la diffusione dell’infezione e proteggere la propria salute.



