Le microplastiche non sono più soltanto un problema dell’ambiente. Le troviamo nel sangue, nei reni, nel fegato e persino nel cervello umano, dove uno studio pubblicato su Nature Medicine ha rilevato concentrazioni cresciute del 50% tra il 2016 e il 2024. La domanda che la comunità scientifica si pone da anni è sempre la stessa: esiste un modo per aiutare il corpo a liberarsene?
Una risposta parziale, ma promettente, arriva da un frutto antico. La ricerca che ha acceso l’attenzione globale è firmata dalla dottoressa Rajani Srinivasan della Tarleton State University, in Texas. Il suo team non stava cercando un rimedio per il corpo umano, ma una soluzione per il trattamento delle acque reflue. Testando estratti di okra, fieno greco e tamarindo, i ricercatori hanno scoperto che questi polimeri naturali si legano alle microplastiche, le fanno aggregare in grumi più pesanti che affondano sul fondo, rendendole molto più facili da separare dall’acqua.
Il protagonista è un componente specifico dei semi di tamarindo, solitamente scartato dall’industria alimentare. Si tratta dello xiloglucanio, un polisaccaride a catena lunga e ramificata dalla struttura altamente “appiccicosa”, già impiegato nell’industria farmaceutica per la sua capacità di aderire alle superfici biologiche. Nella combinazione ottimale con l’okra, testata su campioni d’acqua dolce raccolti in Texas, l’efficacia di rimozione delle microplastiche ha raggiunto il 90%. Lo studio è stato pubblicato nell’aprile 2025 sulla rivista ACS Omega dell’American Chemical Society.

Il passo successivo – capire se lo stesso meccanismo possa funzionare all’interno del corpo umano – è quello che oggi divide gli scienziati. Nessuno studio ha ancora testato direttamente i polisaccaridi del tamarindo per rimuovere microplastiche dai tessuti umani. Esistono però indizi indiretti interessanti: la polpa di tamarindo ha dimostrato in studi su animali di aumentare l’escrezione urinaria di fluoruro nei bambini esposti a concentrazioni elevate nell’acqua potabile, mostrando quindi una capacità detossificante concreta.
L’ipotesi è che i polimeri del tamarindo possano intercettare le microplastiche nel tratto gastrointestinale prima che entrino in circolazione, favorendone l’espulsione naturale. Il vero contributo della ricerca, secondo gli stessi autori, è dimostrare che non servono composti chimici aggressivi per ripulire l’acqua: i sottoprodotti dell’industria alimentare – i semi di tamarindo e i baccelli di okra – possono fare lo stesso lavoro in modo biodegradabile e non tossico. Il team della Tarleton State University sta attualmente lavorando per scalare la tecnologia e renderla applicabile negli impianti idrici municipali.
Il corpo umano resta per ora fuori dall’equazione confermata. Ma l’idea che un frutto comune in cucina da secoli possa diventare un alleato contro una delle contaminazioni più pervasive del nostro tempo merita attenzione — e soprattutto, merita altri studi.



