Ormai è passata una settimana, le lancette dell’orologio sono state portate avanti di un’ora e milioni di persone si svegliano già stanche. Una sola ora in meno di sonno sembra una perdita trascurabile, eppure la scienza ha documentato con precisione crescente che quei sessanta minuti mancanti innescano una serie di effetti misurabili sul corpo, sull’umore e persino sulla sicurezza stradale. Non è suggestione: è biologia.
Il meccanismo alla base del disagio si chiama ritmo circadiano, l’orologio interno che ogni essere vivente porta con sé. È un sistema sofisticato, regolato principalmente dalla luce naturale, che coordina sonno, appetito, pressione arteriosa, produzione ormonale e temperatura corporea in un ciclo di circa ventiquattro ore. Quando l’orologio sociale salta avanti di un’ora, il corpo non lo segue con la stessa velocità.
La luce mattutina, che serve a calibrare l’orologio interno, arriva più tardi rispetto alle abitudini consolidate, mentre la luce serale si allunga in un momento in cui il cervello dovrebbe già prepararsi al riposo. Il risultato è un disallineamento, quello che gli esperti chiamano social jet lag, una condizione simile a spostarsi di fuso orario senza muoversi.
Secondo i ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, circa il 55% delle persone dichiara di sentirsi stanca nei giorni successivi al cambio primaverile dell’ora, e per molti l’adattamento completo richiede una settimana intera. Il lunedì successivo allo spostamento degli orologi, la perdita media di sonno si attesta intorno ai quaranta minuti rispetto alle altre notti dell’anno, un dato rilevato da studi pubblicati su riviste scientifiche revisionate. Per i cosiddetti “cronotipi serali”, ovvero le persone naturalmente portate ad addormentarsi tardi, la difficoltà è ancora più pronunciata.

Gli effetti, però, non si limitano alla stanchezza. Una revisione pubblicata su una rivista di cardiologia della National Library of Medicine documenta un aumento temporaneo degli infarti del miocardio nella prima settimana dopo il cambio primaverile. Il tasso di ictus, secondo altri studi, risulta più alto dell’8% nei due giorni successivi al passaggio all’ora legale, indipendentemente dalla stagione. Sul fronte della sicurezza stradale, un’analisi pubblicata sulla rivista Current Biology nel 2020 ha quantificato un incremento del 6% negli incidenti automobilistici gravi nella settimana seguente alla primavera del cambio. Il motivo è doppio: meno ore di sonno significano riflessi più lenti, e la mattina più buia sorprende chi guida in condizioni di luce ridotta.
A complicare il quadro c’è il ruolo degli ormoni. La luce è il segnale che governa la produzione di melatonina, l’ormone del sonno, e di serotonina, quello che incide sull’umore. Quando il sole tramonta più tardi, il cervello ritarda la sintesi di melatonina e chi deve alzarsi presto finisce per dormire meno di quanto il corpo richiederebbe. Allo stesso tempo, meno luce al mattino significa meno serotonina disponibile durante il giorno. Studi pubblicati su PLOS hanno associato il cambio dell’ora a un peggioramento dei disturbi dell’umore, inclusi depressione, ansia e, in alcuni casi, aumento del consumo di sostanze.
Nonostante tutto questo, l’ora legale sopravvive per ragioni storicamente legate al risparmio energetico. L’idea fu avanzata da Benjamin Franklin nel 1784 e adottata su larga scala durante la Prima guerra mondiale per ridurre il consumo di carbone. Oggi il beneficio energetico è molto ridimensionato, e il dibattito sulla sua abolizione è aperto in molti Paesi. Il Parlamento europeo si è espresso a favore dell’eliminazione dei cambi stagionali già nel 2019, ma la misura non è mai entrata in vigore per mancanza di accordo tra gli Stati membri. Uno studio di Stanford Medicine pubblicato nel 2025 ha concluso che qualsiasi scelta fissa, sia l’ora solare permanente che quella legale permanente, sarebbe comunque più salutare del sistema attuale di doppio cambio annuale.
Nel frattempo, qualche accorgimento pratico può ridurre l’impatto. Anticipare gradualmente l’orario di sonno di dieci o quindici minuti nei tre giorni precedenti il cambio, esporsi alla luce naturale la mattina appena possibile e ridurre caffeina e schermi nelle ore serali sono le strategie che medici del sonno e cronobiologi consigliano con più frequenza. Il corpo alla fine si adatta, ma nel mezzo c’è sempre quella settimana un po’ storta che, in fondo, si potrebbe evitare.



