Dario Bressanini, divulgatore scientifico tra i più amati in Italia, ha aperto il suo cuore circa la malattia che lo aveva colpito qualche anno fa, una forma tumorale molto rara, il melanoma uveale. In un’intervista al Corriere della Sera ha raccontato:
“Ho avuto un tumore molto raro, lo stesso che aveva colpito Oliver Sacks. L’ho scoperto per caso. Non si può trattare con la chemioterapia ma devi beccarlo prima possibile per non farlo crescere troppo. Mi ha danneggiato un occhio e mi porto dietro i segni psicologici, oltre che fisici. Vivo di sei mesi in sei mesi, aspettando i follow up. Ma avevo bisogno di raccontarla questa cosa, anche per aiutare altre persone a individuarlo“.
La notizia fu condivisa in un video sul suo canale di YouTube. In quell’occasione il chimico disse quando si era accorto di tutto. A un certo punto vide un’ombra nello spazio visivo in alto. Invece di minimizzare si rivolse all’oculista che nel giro di poco tempo stilò una diagnosi: melanoma uveale, appunto, un tumore maligno estremamente raro che colpisce solo cinque persone su un milione.
Con la precisione del divulgatore scientifico che è, Bressanini ha spiegato le caratteristiche di questo tumore:
“È accanto al nervo ottico, quindi qualsiasi cosa faccia o non faccia l’occhio verrà danneggiato irrimediabilmente. Il mio tumore è radioresistente, resiste alla radioterapia classica e non esistono sostanze chimiche adiuvanti che possono essere utilizzate per una chemioterapia. Non è visibile dall’esterno, anche se io lo vedo, quel ‘gran bastardo“.
Fino a qualche decennio fa, per un tumore di questo tipo si procedeva direttamente con l’asportazione dell’occhio. Oggi il trattamento è più sofisticato e prevede l’utilizzo di un fascio di protoni opportunamente direzionati. Durante la terapia, al paziente viene costruita una maschera personalizzata che impedisce qualsiasi movimento, garantendo la precisione millimetrica necessaria per questo tipo di trattamento.
Il melanoma uveale rappresenta il tumore maligno intraoculare primitivo più frequente nell’età adulta. Originato dai melanociti uveali della cresta neurale, questo tumore ha la particolarità di crescere sia all’interno del bulbo oculare, invadendo e disorganizzando i tessuti intraoculari, sia all’esterno, infiltrando la sclera e i tessuti orbitari circostanti.
L’incidenza di questa neoplasia è stimata in circa 6 nuovi casi per milione di abitanti ogni anno negli Stati Uniti. Applicando questi dati alla popolazione italiana, si può calcolare che nel nostro Paese si verifichino circa 400 nuovi casi ogni anno. L’età gioca un ruolo determinante: sotto i 50 anni l’incidenza è di circa tre casi per milione, mentre sopra questa soglia sale drammaticamente a 21 casi per milione, secondo uno studio del 1979 condotto da Wilkes e collaboratori.
La diagnosi del melanoma coroideale è essenzialmente clinica e richiede l’esperienza di un oftalmologo specializzato nella valutazione oftalmoscopica. La storia naturale della malattia, quando non trattata, è caratterizzata invariabilmente dallo sviluppo di metastasi a distanza. Le sedi preferenziali delle metastasi sono il fegato nel 92% dei casi, il polmone nel 31%, lo scheletro nel 23%, la cute nel 17% e il sistema nervoso centrale nel 4%. La mortalità a 10 anni varia dallo 0% per i nevi a cellule fusate a oltre il 50% per i melanomi a cellularità mista.
La terapia è terminata, ora Bressanini sta bene, pur aspettando aggiornamenti di sei mesi in sei mesi, ma le conseguenze sono permanenti: vede con un solo occhio, infatti.



