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Home » Salute » Scienza » Cosa ci fanno quei puntini rossi nello spazio? Il photobombing stellare manda in crisi gli astronomi

Cosa ci fanno quei puntini rossi nello spazio? Il photobombing stellare manda in crisi gli astronomi

Qualcosa di strano appare in ogni foto del telescopio James Webb: piccoli puntini rossi che nessuno sa spiegare. La scienza è al lavoro.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino18 Marzo 2026
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Little Red Dots
Little Red Dots (NASA/ESA/CSA/STScI/Dale Kocevski/Colby College)
In quasi ogni immagine scattata dal telescopio spaziale James Webb della NASA compare qualcosa di inatteso: minuscoli puntini rossi e brillanti, disseminati sullo sfondo del cosmo. Ne sono stati identificati oltre mille, compaiono fin dalle primissime osservazioni del 2022 e nessuno, a tutt’oggi, è in grado di spiegare con certezza cosa siano. La comunità scientifica internazionale li chiama ormai little red dots, puntini rossi, in italiano, ma dietro un nome così diretto si nasconde uno dei misteri più profondi che l’astronomia moderna si trovi ad affrontare. Centinaia di studi hanno provato a risolverlo. Nessuno ci è riuscito del tutto.
lo spazio stellare
lo spazio stellare (fonte: Unsplash)

L’espressione little red dots fece la sua prima comparsa ufficiale in uno studio del 2024, quasi due anni dopo che gli scienziati avevano cominciato a notare questi oggetti. Fu Jorryt Matthee, responsabile del gruppo di ricerca sull’astrofisica delle galassie all’Institute of Science and Technology Austria, a sceglierla: più immediata e memorabile del termine tecnico di partenza, “broad-line H-alpha emitters”, ovvero emettitori di righe larghe di alfa-idrogeno.

Prima dell’entrata in servizio di Webb, nel luglio 2022, questi oggetti erano semplicemente invisibili. Telescopi come Hubble non disponevano né della risoluzione necessaria né della sensibilità nelle lunghezze d’onda infrarosse più lunghe, quelle che vanno al di là della luce percepibile dall’occhio umano, per rilevarli. Webb, con il suo specchio primario da 6,5 metri di diametro, ha invece portato alla luce ciò che era rimasto nascosto per decenni.

Il colore rosso ha due origini distinte, e solo una delle due è chiara. La prima dipende dalla distanza: quanto più un oggetto è lontano, tanto più la sua luce viene “stirata” verso l’infrarosso mentre viaggia attraverso l’universo in espansione, un fenomeno noto come redshift. Poiché i puntini si trovano nell’universo primordiale, la loro luce ha percorso quasi l’intera età cosmica prima di raggiungere gli specchi di Webb.

La seconda origine è più enigmatica: i puntini sono intrinsecamente rossi, per ragioni che ancora sfuggono. Matthee, nel suo studio del 2024, aveva proposto che fossero buchi neri in fase di accrescimento avvolti da un manto di polvere cosmica. Oggi quella stessa voce si è fatta più cauta: “Riteniamo ancora che siano buchi neri in crescita, ma ora pensiamo che il rosso non dipenda dalla polvere, bensì dall’idrogeno gassoso.”

Ipotesi che cadono, una dopo l’altra

Ogni teoria avanzata finora si è scontrata con nuove osservazioni che la contraddicevano. Le prime ipotesi puntavano su galassie massicce dell’universo primordiale; poi si passò a buchi neri circondati da polvere; ora si parla di gas idrogeno denso, o addirittura, secondo uno studio del 2025, di stelle primordiali di massa gigantesca, dette “stelle di popolazione III”, nell’ultima fase della loro vita. Nessuna di queste spiegazioni si adatta perfettamente a tutti i dati raccolti.

Jenny Greene, professoressa di scienze astrofisiche a Princeton ed esperta di buchi neri supermassicci, non esclude nessuno scenario: “Ci sono suggerimenti più esotici, come la morte di una stella di massa elevatissima. Ogni volta che avevamo un’aspettativa, si è rivelata sbagliata. Quindi lascerei ancora aperta quella possibilità“.

Un possibile “anello mancante” dell’universo

La caratteristica più sorprendente degli LRD è la loro collocazione temporale: sono quasi esclusivamente un fenomeno dell’universo primordiale. Compaiono intorno ai 600 milioni di anni dopo il Big Bang e scompaiono quasi del tutto entro 1,5 miliardi di anni. Guardare verso di loro significa, in pratica, spiare il passato più remoto del cosmo.

L’anno scorso, un gruppo di ricercatori ha individuato per la prima volta tre esemplari relativamente vicini alla Terra, un risultato atteso con grande interesse, poiché gli oggetti più prossimi sono più facili da studiare nel dettaglio. Il programma RUBIES, guidato da Anna de Graaff del Centro Harvard-Smithsonian per l’Astrofisica, ha già dedicato 60 ore di osservazioni Webb all’analisi sistematica di migliaia di oggetti rossi e brillanti, costruendo il censimento più ampio mai realizzato.

L’ipotesi più affascinante resta quella di Matthee: i puntini rossi potrebbero rappresentare la fase embrionale dei buchi neri supermassicci, quelli che oggi si trovano al centro di praticamente ogni grande galassia, inclusa la Via Lattea. Come si siano formati strutture così immense è ancora un problema irrisolto della cosmologia. “Gli LRD potrebbero essere la fase di nascita, o la fase infantile, di questa formazione,” ha spiegato il ricercatore. “E potremmo starne osservando il processo per la prima volta.” Se questa intuizione fosse confermata, si tratterebbe di una delle scoperte più significative nella storia dell’astronomia.

 

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