La morte di Antonella Di Jelsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, appena 15 anni, avvenuta lo scorso dicembre a Campobasso dopo le feste per il Natale, sembrava inizialmente un tragico caso di intossicazione alimentare (si parlò anche di botulino e di intossicazione da topicida). Dopo mesi di indagini, gli esami tossicologici hanno rivelato la presenza di tracce di ricina nel sangue di madre e figlia, trasformando quella che appariva come una fatalità in un possibile caso di duplice omicidio premeditato. Ma cos’è e come funziona la ricina?
La ricina è una fitotossina, una proteina tossica di origine vegetale estratta dai semi della pianta di ricino. Si tratta di una pianta ornamentale molto diffusa che cresce spontaneamente anche nei climi mediterranei, rendendo potenzialmente accessibile questa sostanza letale. Mentre i semi sono mortalmente velenosi, l’olio di ricino comunemente utilizzato come lassativo o nell’industria non è tossico: la ricina è infatti idrosolubile e rimane nel materiale di scarto dopo la spremitura.
Questo veleno possiede una particolarità che lo rende particolarmente insidioso: non lascia quasi traccia nel sangue delle vittime. Al momento non esiste un antidoto specifico approvato per l’uso umano, rendendo l’avvelenamento da ricina estremamente difficile da trattare una volta avvenuto.

A livello biochimico, la ricina è classificata come una proteina che disattiva i ribosomi, le strutture cellulari responsabili della sintesi proteica. Il meccanismo d’azione avviene in due fasi: prima la molecola si lega alla superficie cellulare ingannando la cellula e facendosi assorbire, poi una volta penetrata all’interno attacca i ribosomi interrompendo la produzione di proteine. Senza proteine le cellule non possono sopravvivere o replicarsi, causando morte cellulare e collasso degli organi vitali.
La pericolosità della ricina varia notevolmente in base alla modalità di esposizione. L’iniezione rappresenta la via più letale, provocando una morte molto rapida per collasso del sistema circolatorio e degli organi. L’inalazione causa difficoltà respiratoria, febbre ed edemi polmonari con conseguenze altrettanto gravi. Quando viene ingerita, la ricina provoca vomito, diarrea emorragica, grave disidratazione e insufficienza renale, con la morte che sopraggiunge generalmente entro 3-5 giorni dall’esposizione iniziale per collasso multiorgano.
La ricina non è soltanto un elemento ricorrente nelle serie televisive come Breaking Bad (Walter White ne ha “magnificato” l’uso in molti episodi), CSI o Law & Order – I due volti della giustizia. Durante la Guerra fredda fu studiata a lungo come possibile agente per armi biologiche di massa. Il caso più celebre del suo utilizzo criminale risale alla fine degli anni Settanta, quando il Kgb lo impiegò per assassinare il giornalista e dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Gli agenti sovietici modificarono la punta di un ombrello iniettandogli una piccolissima dose di ricina nella gamba mentre attendeva l’autobus: morì tre giorni dopo in ospedale.
Anche in Italia la ricina è emersa in casi di cronaca nera. Nel 2019 due giovani torinesi tentarono di uccidere due coetanei utilizzando questo veleno, colpevoli soltanto di essersi fidanzati con le ragazze di cui i due erano innamorati. Nel 2004, negli Stati Uniti, furono trovate tracce di ricina nell’ufficio postale del leader della maggioranza al Senato Bill Frist a Capitol Hill, scatenando un allarme sicurezza nazionale.
Le indagini sono ora concentrate su come madre e figlia possano essere entrate in contatto con questo veleno letale e chi possa averlo somministrato, trasformando quello che sembrava un dramma familiare del periodo natalizio in un’indagine per omicidio volontario.



