Un team di scienziati dell’Oregon Health & Science University ha compiuto un passo straordinario nel campo della medicina riproduttiva, dimostrando per la prima volta che è possibile trasformare cellule della pelle umana in ovuli funzionanti. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Communications, rappresenta un passo importante nella lotta contro l’infertilità e apre scenari fino a poco tempo fa relegati alla fantascienza.
L’infertilità colpisce milioni di persone in tutto il mondo, spesso a causa di gameti disfunzionali, ovvero ovuli o spermatozoi che non funzionano correttamente. Sebbene la fecondazione in vitro abbia aiutato molte coppie a concepire, non tutti possono beneficiarne, specialmente coloro che non dispongono più di ovuli funzionali. La tecnica sviluppata dai ricercatori potrebbe offrire una nuova speranza proprio a queste persone.
Il processo, chiamato gametogenesi in vitro, permette di riprogrammare cellule comuni del corpo umano in gameti funzionanti. Nel caso specifico, gli scienziati hanno lavorato con cellule della pelle, trasformandole in ovuli capaci di essere fertilizzati in laboratorio. Sebbene il concetto fosse già stato dimostrato con successo nei topi, questo studio rappresenta la prima prova concreta che la tecnica può funzionare anche con cellule umane.

Ma come è possibile una simile trasformazione? I ricercatori hanno utilizzato un metodo chiamato trasferimento nucleare di cellule somatiche, una tecnica già nota per aver dato vita a Dolly, la celebre pecora clonata negli anni Novanta. In pratica, hanno sostituito il nucleo di un ovulo con quello di una cellula della pelle, creando così una nuova cellula con il potenziale di diventare un ovulo.
Il processo, tuttavia, non si ferma qui. Gli ovuli e gli spermatozoi sani contengono un solo set di cromosomi, mentre le cellule normali ne hanno due. Utilizzare questi ovuli riprogrammati così come sono porterebbe a zigoti con un numero eccessivo di cromosomi, incompatibili con lo sviluppo embrionale. Per risolvere questo problema cruciale, il team ha applicato una tecnica innovativa chiamata mitomeiosi, che imita il processo naturale della meiosi, riducendo i set cromosomici da due a uno.
I risultati ottenuti sono tanto promettenti quanto indicativi delle sfide che ancora rimangono. Gli scienziati sono riusciti a generare 82 ovuli funzionanti, di cui il 9% è stato fertilizzato con successo da spermatozoi, sviluppandosi fino allo stadio di blastocisti, la sfera di cellule che si forma circa cinque giorni dopo la fertilizzazione. È proprio in questo stadio che, nelle procedure di fecondazione in vitro tradizionali, l’embrione viene impiantato nell’utero.
Nonostante questi risultati impressionanti, i ricercatori sono cauti nel sottolineare che la tecnica è ancora lontana dall’essere applicabile clinicamente. Il tasso di fertilizzazione rimane basso e le blastocisti sopravvissute presentavano numerose anomalie cromosomiche. Inoltre, test approfonditi hanno rivelato che gli ovuli riprogrammati, pur avendo il numero corretto di cromosomi, mostrano differenze significative rispetto agli ovuli prodotti naturalmente.
Ciononostante, questo lavoro rappresenta un avanzamento significativo verso l’obiettivo di creare ovuli vitali praticamente dal nulla. Con tempo, ricerche approfondite e un po’ di fortuna scientifica, tecniche come questa potrebbero un giorno permettere a famiglie che altrimenti non potrebbero concepire di avere figli biologici. La strada è ancora lunga, ma il primo passo è stato compiuto con successo.



