Prima che si verifichi un infarto, un ictus o un altro evento cardiovascolare, ci sono quasi sempre dei segnali d’allarme. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, che ha analizzato più di 600.000 casi di malattie cardiovascolari in Corea del Sud e altri 1.000 casi negli Stati Uniti.
La ricerca ha esaminato in che percentuale questi casi fossero preceduti dai tradizionali fattori di rischio cardiovascolare: pressione arteriosa, livelli di zucchero nel sangue, colesterolo e fumo. Il risultato è impressionante: in oltre il 99% dei casi di malattie cardiovascolari, insufficienza cardiaca o ictus, il paziente aveva almeno uno di questi fattori di rischio prima che l’evento si verificasse.
In Italia la situazione è preoccupante: circa 4 persone su 10 tra i 18 e i 69 anni presentano almeno tre fattori di rischio cardiovascolare, che includono sedentarietà, fumo, eccesso di peso, diabete, ipertensione o ipercolesterolemia.
Il dottor Philip Greenland, uno degli autori principali dello studio e professore di cardiologia alla Northwestern University, sottolinea che “anche lievi aumenti di questi 4 fattori dovrebbero essere affrontati con cambiamenti nello stile di vita o farmaci“.

Quello che rende questo studio particolarmente significativo è il metodo utilizzato. Invece di basarsi solo sulle diagnosi ufficiali di diabete o ipertensione, i ricercatori hanno analizzato i dati medici completi dei pazienti. Questo approccio ha permesso di scoprire che anche quando a una persona non viene diagnosticata formalmente l’ipertensione o il diabete, i suoi valori potrebbero comunque indicare la presenza di fattori di rischio.
A incrementare il rischio cardiovascolare non è tanto la presenza di un singolo fattore come il colesterolo alto, l’ipertensione, l’obesità o il diabete, ma la loro somma.
I medici distinguono i fattori di rischio in due categorie. Quelli non modificabili includono l’età, il sesso e la storia familiare. Ma la maggior parte dei fattori di rischio sono invece modificabili, il che significa che possiamo agire su di essi. Tra questi ci sono l’ipertensione arteriosa, l’ipercolesterolemia, il diabete, il fumo di tabacco, il sovrappeso o l’obesità, la sedentarietà e la dieta, comprese abitudini come lo scarso consumo di frutta, verdura e pesce.
Stili di vita scorretti come la sedentarietà, il tabagismo, il consumo eccessivo di alcol e un’alimentazione squilibrata favoriscono la comparsa di questi fattori di rischio intermedi.
Nonostante queste conoscenze consolidate, mettere in pratica i cambiamenti necessari continua a essere difficile. Uno dei problemi è la natura astratta del rischio cardiovascolare. Quando un paziente ha già una malattia è più facile motivarlo a fare cambiamenti. Ma è molto più difficile comunicare l’importanza di prendere provvedimenti per affrontare rischi che riguardano una malattia futura.
Un altro ostacolo è che aggiungere farmaci o protocolli per gestire il rischio cardiovascolare può essere associato all’invecchiamento, un concetto che può spaventare alcuni pazienti. Gestire l’ipertensione, in soldoni la pressione arteriosa alta, è spesso un buon punto di partenza. Anche solo procurarsi un misuratore di pressione permette di monitorare i propri valori a casa. Poi è importante lavorare con il proprio medico per tenere sotto controllo i fattori di rischio e creare un piano di gestione.
Oltre ai fattori di rischio clinici studiati nella ricerca, è fondamentale migliorare anche i fattori legati allo stile di vita. Mantenere un buon sonno, fare esercizio fisico, seguire una corretta alimentazione, mantenere un peso sano e ridurre i livelli di stress sono elementi chiave per abbassare il rischio di malattie cardiovascolari.



