La NASA non sta solo costruendo il futuro, sta portando con sé la propria leggenda. Il gigantesco razzo Space Launch System (SLS), posizionato sulla rampa di lancio in Florida per la missione Artemis 2, nasconde un segreto tecnologico alla sua base. Tre dei quattro motori principali, i potenti RS-25, non sono nuovi di zecca: sono dei veri veterani che hanno già solcato l’orbita terrestre per decenni durante l’era dello Space Shuttle.
Questi propulsori, simboli della tecnologia riutilizzabile americana, hanno accumulato un curriculum straordinario. Complessivamente vantano 22 missioni alle spalle, avendo contribuito a imprese storiche come la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale e la manutenzione del telescopio Hubble. Addirittura, ogni motore installato oggi su Artemis 2 contiene almeno un pezzo che ha volato nel 1981 a bordo del Columbia, durante il primissimo volo del programma Shuttle. È un ponte tecnologico incredibile che unisce l’inizio dell’era dei velivoli riutilizzabili con il ritorno dell’uomo sulla Luna dopo oltre cinquant’anni.

Tra i motori spicca il veterano E2047, che ha all’attivo ben 15 voli, inclusa l’ultima, emozionante missione Shuttle del 2011. Ma questa missione lunare porta con sé una nota di profonda nostalgia. A differenza dello Shuttle, che atterrava come un aereo per essere rigenerato, il razzo SLS è un veicolo “a perdere”. Questo significa che, circa dieci minuti dopo il decollo, questi motori che hanno fatto la storia dell’astronautica si spegneranno e si inabisseranno per sempre nell’Oceano Atlantico.
Nonostante la perdita definitiva di queste macchine perfette, il loro sacrificio è simbolico. La NASA ha scelto di affidarsi all’affidabilità di motori che hanno già dimostrato il loro valore per garantire la sicurezza dell’equipaggio di Artemis 2. Dopo queste prime missioni, l’agenzia passerà a versioni semplificate e prodotte ex novo, chiudendo definitivamente il capitolo dell’hardware ereditato dal passato.



