La comunità scientifica internazionale avverte che la Terra sta attraversando una fase di drastica riduzione della biodiversità, spesso definita come la sesta estinzione di massa. A differenza dei cinque eventi precedenti, causati da catastrofi naturali come impatti di asteroidi o eruzioni vulcaniche, la crisi attuale è alimentata prevalentemente dalle attività umane legate all’industrializzazione e all’agricoltura intensiva. Le popolazioni di vertebrati monitorate hanno subito un calo medio del 73% tra il 1970 e il 2020, segnale di un collasso ecosistemico che procede a ritmi senza precedenti nella storia del pianeta.
Storicamente, un’estinzione di massa viene identificata quando oltre il 75% delle specie viventi scompare in un arco di tempo geologico relativamente breve. La Terra ha già superato cinque di queste soglie critiche, a partire dall’evento Ordoviciano-Siluriano di 440 milioni di anni fa fino alla più nota estinzione del Cretaceo, avvenuta circa 66 milioni di anni fa, che portò alla fine dei dinosauri non aviani. Sebbene il termine sesta estinzione sia ancora oggetto di dibattito accademico poiché non è stata ancora raggiunta la soglia numerica del 75%, gli esperti concordano sul fatto che la traiettoria attuale sia allarmante. La velocità con cui gli animali stanno scomparendo oggi è infatti enormemente superiore ai tassi naturali di base.

Le regioni del mondo non sono colpite in modo uniforme da questa crisi. I dati più critici provengono dall’America Latina e dai Caraibi, dove si è registrata una perdita di abbondanza delle specie del 95%, seguite dall’Africa con il 76% e dall’area Asia-Pacifico con il 60%. La causa principale di questo declino è la degradazione degli habitat naturali, frammentati o distrutti per fare spazio a sistemi alimentari, attività estrattive e sviluppo urbano. Quando una popolazione si contrae eccessivamente, perde la capacità di resistere a malattie e cambiamenti climatici, entrando in una spirale che conduce inevitabilmente alla sparizione definitiva.
Oltre ai grandi mammiferi e agli uccelli, una minaccia silenziosa ma devastante riguarda gli invertebrati. Insetti come api, farfalle e specie acquatiche sono alla base delle catene alimentari e garantiscono l’impollinazione della flora selvatica. Il loro declino, stimato intorno all’1-2% ogni anno, compromette la stabilità di interi biomi. Senza gli insetti, i nutrienti non tornano al suolo e gli animali situati ai livelli superiori della catena alimentare restano privi di sostentamento.
Ad esempio, la sopravvivenza dei grandi predatori dipende indirettamente dalla salute degli invertebrati che alimentano le loro prede primarie. Anche le barriere coralline sono prossime a un punto di non ritorno: si stima che il 90% dei coralli potrebbe scomparire entro il 2030 se il riscaldamento globale superasse stabilmente la soglia di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.
Nonostante la gravità della situazione, il destino della biodiversità globale non è ancora segnato in modo irreversibile. Esistono margini d’azione concreti per mitigare l’impatto della crisi. La creazione di giardini che favoriscano gli impollinatori, l’utilizzo di piante autoctone e l’eliminazione dei pesticidi negli spazi verdi privati possono generare un incremento significativo della diversità biologica locale in tempi brevi. A livello collettivo, la pressione politica per leggi sull’uso del suolo più restrittive e il sostegno a pratiche agricole sostenibili rappresentano pilastri fondamentali per invertire la rotta. Almeno, così si spera.
