Quando apri ChatGPT e gli chiedi di spiegarti qualcosa, la risposta arriva in pochi secondi: ordinata, chiara, pronta da leggere. Sembra il modo perfetto per imparare velocemente, vero? Purtroppo no. Uno studio appena pubblicato da due ricercatori dell’Università della Pennsylvania ha scoperto che chi studia usando chatbot come ChatGPT sviluppa una comprensione molto più limitata rispetto a chi si affatica con la vecchia ricerca Google.
I professori Shiri Melumad e Jin Ho Yun hanno coinvolto oltre 10.000 persone in sette esperimenti diversi. Il meccanismo era sempre simile: ai partecipanti veniva chiesto di informarsi su argomenti pratici come coltivare un orto, adottare abitudini più sane o difendersi dalle truffe online. Metà delle persone poteva usare ChatGPT, l’altra metà doveva arrangiarsi con Google tradizionale, cliccando sui link dei risultati e leggendo i contenuti.
Dopo questa fase di studio, tutti dovevano scrivere dei consigli da condividere con un amico sull’argomento che avevano approfondito. Ed è qui che sono emerse le differenze preoccupanti.

Chi aveva imparato tramite intelligenza artificiale produceva testi più corti (circa 64 parole contro le 74 di chi aveva usato Google), meno ricchi di informazioni concrete e soprattutto molto più simili tra loro. In pratica, tutti scrivevano praticamente le stesse cose generiche, tipo “mangia sano, bevi acqua, dormi abbastanza”. Al contrario, chi aveva cercato su Google forniva suggerimenti più articolati e originali, parlando per esempio dei diversi aspetti del benessere: fisico, mentale ed emotivo.
Ma il problema non finisce qui. Quando questi consigli sono stati sottoposti a persone esterne che non sapevano quale strumento era stato utilizzato, quelli creati dopo aver usato ChatGPT sono stati giudicati meno informativi, meno utili e meno affidabili. Insomma, chi aveva studiato con l’AI sentiva di aver imparato meno, si impegnava di meno nello scrivere e alla fine produceva contenuti che gli altri trovavano poco convincenti.
Perché succede tutto questo? Il motivo è legato a come funziona il nostro cervello quando impara. Quando cerchi su Google, devi fare più fatica: aprire diversi link, leggere testi diversi, confrontare le informazioni, capire quali fonti sono attendibili e poi mettere insieme tutto con parole tue. Questo “attrito” cognitivo, anche se sembra noioso, ti obbliga a processare attivamente le informazioni e a costruirti nella mente un quadro personale e profondo dell’argomento.
Con ChatGPT invece tutto questo lavoro te lo serve già pronto. Il chatbot raccoglie, interpreta e sintetizza al posto tuo. Risultato? Il tuo apprendimento diventa passivo, come se stessi guardando qualcuno cucinare invece di preparare tu la ricetta da zero. Uno studio del MIT ha addirittura misurato l’attività cerebrale degli studenti mentre scrivevano: quelli che usavano ChatGPT mostravano la minore attività mentale.
E non prendevano nemmeno la briga di controllare i link alle fonti originali che ChatGPT agevolava.
Hanno fatto anche un esperimento ancora più controllato: hanno mostrato a tutti esattamente le stesse identiche informazioni, cambiando solo il formato (sintesi AI vs risultati Google da cliccare). Anche in questo caso, chi aveva la sintesi automatica imparava meno.
Quindi l’intelligenza artificiale è il male? No, non è questo il punto e oggi è quasi impossibile pensare di non ricorrere all’AI per lavoro o studio. I ricercatori sottolineano che l’intelligenza artificiale resta utilissima in molti contesti. Se devi trovare velocemente un dato preciso, una data storica o una definizione rapida, ChatGPT va benissimo. Il problema nasce quando vuoi davvero imparare qualcosa in profondità: in quel caso, affidarti solo alle sintesi automatiche è controproducente.
Il segreto sta nell’essere consapevoli di quando e come usi questi strumenti. Se devi approfondire un argomento davvero, meglio partire da soli: cerca, leggi, confronta. Poi, se vuoi, puoi usare ChatGPT per rifinire il tuo lavoro, verificare qualche dettaglio o avere un punto di vista diverso, correggere i refusi. Un po’ come fare i calcoli a mente prima di usare la calcolatrice: così il cervello impara davvero.



