L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare la nostra efficienza, ma il nodo centrale è chi ne raccoglierà i frutti. Secondo Anthropic, l’azienda dietro il celebre chatbot Claude, i benefici dipenderanno dalla capacità di accesso a queste risorse. L’avvertimento è netto: gli alti costi e la necessità di infrastrutture avanzate potrebbero confinare i vantaggi nelle nazioni più sviluppate, scavando un solco ancora più profondo con i paesi a basso reddito.
Questa analisi nasce dall’osservazione dell’uso globale di Claude. Studiando oltre due milioni di interazioni tra utenti privati e aziendali, Anthropic ha notato che il “Nord globale” corre molto più velocemente. Al contrario, le aree meno abbienti faticano a tenere il passo e non mostrano ancora segni di una possibile rincorsa, lasciando temere che la tecnologia possa diventare un nuovo strumento di esclusione economica invece che di democratizzazione.
I dati trovano conferma in altri giganti del settore: Microsoft ha rilevato che il tasso di adozione dell’IA nelle nazioni ricche è quasi il doppio rispetto a quelle del “Sud globale”. Peter McCrory, capo economista di Anthropic, ha spiegato al Financial Times che, se l’aumento di produttività dovesse confermarsi, assisteremo a una divergenza pericolosa negli standard di vita, dove le aree già prospere si staccheranno ulteriormente dal resto del mondo.

Ma questa efficienza è già realtà? Non proprio. Una ricerca del MIT del 2025 ha evidenziato come circa il 95% delle imprese che hanno scommesso sull’IA generativa non abbia ancora ottenuto un ritorno economico positivo. Questo solleva un dubbio fondamentale: stiamo investendo in una rivoluzione che, per ora, fatica a trasformarsi in profitto tangibile per chi la implementa?
La risposta arriva dai lavoratori stessi attraverso uno studio di Upwork: molti dipendenti ammettono di non sapere come sfruttare l’IA per migliorare i propri risultati, mentre il 77% dichiara che questi strumenti hanno addirittura rallentato il loro ritmo, aumentando il carico di lavoro. L’equazione “più tecnologia = più benefici” si sta rivelando meno automatica del previsto, scontrandosi con la complessità dell’integrazione quotidiana.
È importante ricordare che una maggiore produttività non si traduce sempre in buste paga più alte per tutti. Se guardiamo agli ultimi cinquant’anni negli Stati Uniti, l’efficienza è raddoppiata ma i salari sono rimasti piatti, mentre i profitti aziendali e i compensi dei manager sono esplosi. L’intelligenza artificiale rischia di replicare questo schema, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi proprietari di capitali.
Il grido d’allarme di Anthropic appare onesto nel riconoscere la realtà della disuguaglianza, distanziandosi da visioni utopistiche come quelle di Elon Musk, che prevede un futuro in cui l’IA renderà tutto così economico da non rendere necessari nemmeno i risparmi per la pensione. La visione di Anthropic è più pragmatica e meno incline a sogni di un reddito universale garantito per tutti a breve termine.
Tuttavia, sorge una domanda etica: se costruire queste macchine rischia di aumentare le ingiustizie, perché i giganti tecnologici continuano a farlo? Un dato interessante per riflettere ci arriva dal patrimonio di Dario Amodei, CEO di Anthropic, stimato in circa 3,7 miliardi di dollari. Questa cifra offre uno spunto critico su come la ricchezza generata dall’era dell’IA sia già oggi fortemente polarizzata al vertice del settore.



