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Home » Innovazione » Tecnologia » Piracy Shield oscura siti innocenti: il caos della piattaforma che doveva fermare la pirateria

Piracy Shield oscura siti innocenti: il caos della piattaforma che doveva fermare la pirateria

Ecco cos'è Piracy Shield, la piattaforma italiana anti-pirateria che per errore ha finito col bloccare anche alcuni servizi di Google.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene24 Ottobre 2025
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Anche alcuni servizi Google sono finiti nel mirino di Privacy Shield
Anche alcuni servizi Google sono finiti nel mirino di Privacy Shield (fonte: Unsplash)
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Piracy Shield è la piattaforma italiana gestita dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) con l’obiettivo ambizioso di combattere la pirateria digitale, in particolare la trasmissione illegale di eventi sportivi e contenuti protetti da copyright. Nato dalla legge n. 93 del 24 luglio 2023, questo sistema rappresenta uno dei tentativi più drastici in Europa di arginare il fenomeno dello streaming illegale, imponendo agli Internet service provider di bloccare indirizzi IP e domini segnalati entro appena 30 minuti dalla segnalazione.

Il meccanismo è relativamente semplice sulla carta: operatori accreditati, definiti “segnalatori attendibili“, identificano risorse online che trasmettono contenuti protetti senza autorizzazione e le inseriscono nella piattaforma. Questi segnalatori includono detentori di diritti come la Lega Serie A, Dazn e Sky. Una volta ricevuta la segnalazione, Piracy Shield genera automaticamente un alert che viene inviato agli operatori di telecomunicazioni, i quali hanno mezz’ora di tempo per rendere inaccessibili i contenuti segnalati.

La piattaforma, ospitata su Microsoft Azure e accessibile solo tramite VPN per ragioni di sicurezza, è stata lanciata ufficialmente a febbraio 2024, con un ritardo rispetto alla data inizialmente prevista dell’8 dicembre 2023. I costi operativi hanno già superato le previsioni iniziali, passando da 1,9 milioni a oltre 2 milioni di euro nel corso del primo anno, principalmente per spese aggiuntive legate a cloud, applicativi e infrastrutture VPN.

Tuttavia, dietro l’ambizione di proteggere i diritti d’autore si nasconde una serie di problemi tecnici e operativi che hanno trasformato Piracy Shield in uno dei progetti più controversi della recente storia tecnologica italiana. Il sistema non tiene conto di un aspetto fondamentale dell’architettura di internet: su un singolo indirizzo IP possono coesistere molteplici domini e servizi. Inoltre, gli indirizzi IP sono dinamici, il che significa che i criminali informatici più esperti possono facilmente aggirare i blocchi cambiando rapidamente le proprie risorse digitali.

Le conseguenze di queste lacune progettuali sono emerse in modo drammatico nell’ottobre 2024, quando Piracy Shield ha causato il blocco involontario di una Content Delivery Network di Google. L’errore, originato da una segnalazione imprecisa di Dazn, ha provocato disservizi significativi a servizi utilizzati da milioni di persone in tutto il mondo, come Google Drive e YouTube. Non si è trattato di un caso isolato: il 9 dicembre 2024, la piattaforma ha oscurato l’indirizzo IP della CDN utilizzata da DDay.it, impedendo l’accesso al sito web di informazione tecnologica.

Questi incidenti hanno scatenato un acceso dibattito pubblico sull’efficacia e sulla sostenibilità del sistema. La commissaria Agcom Elisa Giomi è arrivata a proporre apertamente la sospensione di Piracy Shield, definendolo un “fallimento” e sottolineando i rischi non sostenibili associati alla sua gestione. La critica più severa riguarda il fatto che i proprietari dei siti bloccati non vengono nemmeno avvertiti dell’oscuramento, trovandosi improvvisamente irraggiungibili senza alcuna possibilità di contestare la decisione nei tempi ristretti previsti dal sistema.

La fase 2 di Privacy Shield prevedrebbe l'estensione del blocco a film, serie TV e contenuti musicali
La fase 2 di Privacy Shield prevedrebbe l’estensione del blocco a film, serie TV e contenuti musicali (fonte: Unsplash)

La situazione si complica ulteriormente con l’espansione programmata della piattaforma. Dopo la fase iniziale concentrata sugli eventi sportivi, Agcom ha stabilito nel luglio 2024 di estendere Piracy Shield anche ai detentori di diritti di film, serie tv e contenuti musicali. Questa decisione solleva questioni pratiche complesse, a partire dalla definizione stessa di “prima visione”, concetto centrale per determinare quali contenuti meritano la protezione rapida offerta dal sistema.

L’ampliamento comporta un aumento esponenziale delle segnalazioni e dei domini da mantenere oscurati. Durante la prima fase sportiva, operatori di telecomunicazioni e Agcom avevano concordato un tetto massimo di 18.000 domini e 15.000 indirizzi IPv4, soglia quasi raggiunta già alla fine del campionato 2024. I router degli operatori hanno limiti di memoria fisici, e le aziende di telecomunicazioni chiedono garanzie sul numero massimo di risorse da bloccare, soprattutto considerando che Agcom non ha mai stanziato fondi per compensare il loro lavoro. Circolano stime di diversi milioni di euro necessari per ristorare adeguatamente le compagnie telefoniche.

La vicenda ha attirato anche l’attenzione internazionale, in particolare degli Stati Uniti. La Coalizione per le infrastrutture di internet, che conta 38 aziende tra cui Google, Amazon Web Services e Cloudflare, ha preso posizione contro Piracy Shield. La Computer & Communications Industry Association, rappresentante di colossi come Google, Meta e Amazon, ha denunciato gli errori di progettazione alla Commissione europea, sollevando il sospetto che la piattaforma italiana violi il regolamento europeo sui servizi digitali, di cui paradossalmente Agcom è l’ente responsabile nel nostro paese.

Cloudflare, in particolare, si è fatta portavoce critica del sistema, evidenziando ripetutamente le falle tecniche e chiedendo una revisione dei meccanismi di assegnazione del progetto. Recentemente, sei associazioni industriali hanno contestato l’equiparazione degli operatori di Content Delivery Network agli operatori di telecomunicazioni, una distinzione tecnica fondamentale che Agcom sembrava voler ignorare.

Il futuro di Piracy Shield rimane incerto. Gli incontri convocati da Agcom il 29 e 30 ottobre 2024 con detentori di diritti, operatori di telecomunicazioni, piccole compagnie telefoniche e piattaforme online globali dovevano definire la strategia concreta per la fase 2. Tuttavia, con queste premesse e le pressioni internazionali crescenti, l’estensione completa della piattaforma potrebbe slittare al 2026.

La divisione interna ad Agcom è evidente: il consiglio dell’autorità si è spaccato in due su numerosi voti riguardanti il futuro del progetto. Questo riflette un problema più ampio: come bilanciare la legittima esigenza di proteggere i diritti d’autore con la necessità di non compromettere l’infrastruttura stessa di internet e i servizi digitali di cui milioni di cittadini e imprese dipendono quotidianamente.

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