Sono tanti, tantissimi, e difficili da scoprire. Tranne per un dettaglio: non insulteranno mai Kim Jong Un. Stiamo parlando degli hacker nordcoreani infiltrati nelle aziende occidentali. Decine di giovani esperti informatici al servizio del regime di Pyongyang sono riusciti a farsi assumere in grandi aziende internazionali, lavorando da remoto con un unico obiettivo: sottrarre segreti aziendali, dati sensibili e guadagnare milioni di dollari per finanziare il governo di casa.
In alcuni casi, durante i colloqui di selezione, questi candidati hanno utilizzato deepfake generati dall’intelligenza artificiale per modificare le proprie fattezze in tempo reale, rendendo praticamente impossibile riconoscerli. La tecnologia può camuffare l’aspetto fisico, ma non può nascondere qualcosa di più profondo: la fedeltà assoluta, o più probabilmente la paura, che i cittadini nordcoreani nutrono nei confronti del loro leader.
Un video diventato virale sulla piattaforma X mostra una scena tanto semplice quanto rivelatrice. Un giovane candidato asiatico si trova a un colloquio di lavoro che sembra procedere senza intoppi. L’assunzione appare imminente, finché i selezionatori non gli rivolgono una richiesta inaspettata: insultare Kim Jong Un.
Here is a video of a North Korean IT worker being stopped dead in their tracks upon being required to insult Kim Jong Un.
It won’t work forever, but right now it’s genuinely an effective filter. I’m yet to come across one who can say it. https://t.co/8FFVPxNm8X pic.twitter.com/KXI5efMo5L
— tanuki42 (@tanuki42_) April 6, 2026
La reazione del ragazzo è immediata e significativa. Inizialmente sembra non comprendere la domanda, ma il disagio sul suo volto è evidente. In Corea del Nord insultare il dittatore è un crimine gravissimo, punito con sanzioni esemplari che possono coinvolgere intere famiglie. Messo alle strette, il candidato cerca di prendere tempo, evita la risposta e infine è costretto ad abbandonare l’incontro senza completare il colloquio.
Questo stratagemma psicologico si rivela particolarmente efficace per identificare operativi che risiedono ancora nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, dove la supervisione del regime è totale e costante. Tuttavia, l’approccio potrebbe risultare meno affidabile con cittadini nordcoreani che si sono trasferiti in Cina o in Russia, paesi dove gli hacker del regime operano spesso senza la supervisione diretta dei loro superiori.
Nonostante i limiti geografici, il fattore psicologico continua a giocare un ruolo decisivo. Anche quando si trovano fuori dal proprio Paese, molti cittadini nordcoreani restano segnati da un forte condizionamento culturale e da una paura radicata, tipica dei regimi autoritari. Persino una richiesta apparentemente semplice, come pronunciare frasi offensive contro il leader, può generare esitazioni, disagio o rifiuto, rivelando involontariamente la provenienza e le reali intenzioni della persona.
Le attività di infiltrazione portate avanti da hacker nordcoreani si avvalgono spesso del supporto di complici occidentali, individui disposti a collaborare per aggirare i controlli e facilitare l’accesso a ruoli sensibili. La diffusione del lavoro da remoto dopo la pandemia ha ulteriormente agevolato queste operazioni, rendendo più semplice nascondere posizione geografica e identità.
In diversi casi, queste reti sono state individuate grazie a indizi all’apparenza insignificanti: tra questi, una curiosa passione condivisa per i Minions, che ha consentito agli investigatori di collegare più identità fittizie a un’unica operazione organizzata.
La tecnica basata sulla richiesta di insulti rappresenta un esempio concreto di come la sicurezza informatica non possa più limitarsi agli aspetti tecnici. D’accordo, i codici sono importanti, ma il fattore umano non può essere sottovalutato mai.
