Stabilire con precisione l’età in cui si diventa “anziani” è molto più complesso di quanto sembri. Non esiste una soglia univoca: l’invecchiamento dipende da molteplici fattori biologici, culturali e sociali. Tuttavia, secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si considera l’inizio della terza età a partire dai 60 anni. Questa classificazione viene adottata soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove l’aspettativa di vita è mediamente più bassa.
Nei Paesi occidentali, però, la percezione e la realtà dell’invecchiamento stanno cambiando rapidamente. Oggi si tende a parlare di “età anziana” solo dopo i 75 anni. Questo cambiamento riflette il miglioramento dello stile di vita, della prevenzione medica e della qualità dell’assistenza sanitaria, che hanno spostato in avanti i limiti della senescenza.

Secondo il professor Matteo Cesari, geriatra e docente all’Université de Paris, la definizione di “anziano” dovrebbe tener conto della condizione funzionale dell’individuo, piuttosto che del numero sulla carta d’identità. In altre parole, l’età anagrafica da sola non basta: due persone di 70 anni possono avere condizioni di salute e livelli di autonomia completamente diversi.
Anche la percezione soggettiva gioca un ruolo fondamentale. Una recente ricerca mostra come, per la maggior parte degli italiani, si inizia a sentirsi “anziani” solo intorno ai 75 anni. La soglia dei 65 anni viene ancora considerata l’inizio della pensione, ma non necessariamente della vecchiaia. Al contrario, oggi molti over 65 conducono una vita attiva, lavorano, viaggiano e fanno sport.02



