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Home » Lifestyle » Cibo » “I grassi a tavola non sono tutti dannosi”: un nuovo studio sfata i miti più diffusi della nutrizione

“I grassi a tavola non sono tutti dannosi”: un nuovo studio sfata i miti più diffusi della nutrizione

Ecco perché eliminare i grassi dalla dieta è un errore: cosa dicono oggi i nutrizionisti su grassi saturi, insaturi e grasso viscerale per la salute.
Gabriella DabbeneBy Gabriella Dabbene15 Marzo 2026
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hamburger e patatine
hamburger e patatine (fonte: Unsplash)

Per decenni i grassi hanno occupato il banco degli imputati della nutrizione. Dal boom dei prodotti “light” negli anni ’80 fino alle diete a bassissimo contenuto lipidico, il messaggio sembrava univoco: meno grassi si mangiano, meglio è. La scienza oggi racconta una storia più articolata.

Il primo nodo da sciogliere riguarda il grasso corporeo stesso. Non è solo un deposito di calorie in eccesso: il tessuto adiposo funziona a tutti gli effetti come un organo, capace di produrre ormoni, dialogare con il sistema immunitario e inviare segnali al cervello. Ma non tutto il grasso è uguale. Quello sottocutaneo — il classico “cuscinetto” visibile sotto la pelle — ha un impatto metabolico relativamente contenuto.

Molto più preoccupante è il cosiddetto grasso viscerale, quello che si annida attorno agli organi interni: fegato, intestino, pancreas. Livelli elevati di questo grasso sono associati a diabete di tipo 2, infiammazione cronica e rischio cardiovascolare aumentato. Ecco perché misurare solo il peso sulla bilancia può essere fuorviante: la distribuzione del grasso conta spesso più del totale.

Parallelamente, i ricercatori hanno iniziato a smontare il mito della dieta “senza grassi”. Togliere i lipidi dagli alimenti ha significato, in pratica, rimpiazzarli con zuccheri e carboidrati raffinati per recuperare sapore e consistenza. Il risultato paradossale è stato un peggioramento della qualità complessiva dell’alimentazione proprio mentre si credeva di migliorarla.

persona sulla bilancia
persona sulla bilancia (fonte: Unsplash)

Sul fronte dei diversi tipi di grassi, la distinzione fondamentale è tra saturi e insaturi. I grassi insaturi — olio extravergine di oliva, frutta secca, pesce azzurro, semi — contribuiscono a migliorare il profilo del colesterolo e a ridurre l’infiammazione. Anche qui, però, la questione non è banale: un eccesso di acidi grassi omega-6, comuni negli oli lavorati, può contribuire all’infiammazione cronica, mentre una carenza di omega-3 riduce gli effetti protettivi sul cuore. L’equilibrio tra le due tipologie conta più della quantità totale di grassi assunta.

I grassi saturi — quelli di burro, carni rosse, alcuni latticini — restano sotto osservazione, ma anche qui il quadro si è fatto più sfumato. Yogurt e formaggi fermentati, per esempio, sembrano avere effetti neutri o addirittura positivi sul cuore e sul metabolismo, probabilmente grazie alla presenza di altri nutrienti e composti bioattivi. Ciò che la ricerca ribadisce con forza, però, è che sostituire i grassi saturi con zuccheri raffinati non porta alcun beneficio — anzi, può peggiorare il quadro lipidico.

C’è infine un fenomeno emergente che sfida un’altra certezza diffusa: l’idea che essere magri equivalga automaticamente a essere sani. I ricercatori hanno identificato un profilo definito TOFI — “thin outside, fat inside” — che descrive persone con peso nella norma ma con accumuli significativi di grasso viscerale e fattori di rischio metabolico nascosti, come resistenza all’insulina o fegato grasso.

La conclusione che emerge da tutto questo è semplice nella formulazione, ma profonda nelle implicazioni: nessun nutriente va demonizzato in isolamento. Quello che fa la differenza è la qualità complessiva di ciò che si mangia — privilegiando alimenti poco trasformati, grassi “buoni” e riducendo zuccheri aggiunti e prodotti ultra-processati. Non si tratta di contare i grassi nel piatto, ma di scegliere quali.

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