La personalità di un individuo potrebbe influenzare significativamente la durata della sua vita. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Limerick in Irlanda, alcuni tratti caratteriali come l’ansia, l’organizzazione o l’estroversione possono aumentare o diminuire in modo sostanziale il rischio di morte precoce.
Lo studio, definito dagli stessi autori come rivoluzionario, ha analizzato dati raccolti nell’arco di decenni su quasi 570.000 persone distribuite in quattro continenti. Nel complesso, la ricerca ha tracciato circa sei milioni di anni di vita e ha registrato più di 43.000 decessi, rendendola una delle indagini più ampie e dettagliate mai condotte sul rapporto tra personalità e longevità.
I risultati hanno rivelato che determinati tratti della personalità hanno un impatto sulla mortalità paragonabile a quello di fattori tradizionalmente considerati cruciali come il reddito, il livello di istruzione e altre misure dello status socioeconomico.
Tra i risultati più evidenti emerge il ruolo di ansia, preoccupazione e instabilità emotiva. Gli adulti con livelli più elevati di nevroticismo, mostravano una probabilità significativamente maggiore di morire prematuramente rispetto a quelli con livelli inferiori.
Il legame risultava particolarmente forte nei giovani adulti, suggerendo che lo stress prolungato e la difficoltà nella gestione delle emozioni possono progressivamente danneggiare l’organismo e compromettere la salute nel tempo.
Al contrario, le persone che ottenevano punteggi più alti nella coscienziosità, cioè la tendenza a essere organizzati, disciplinati e orientati agli obiettivi, mostravano un rischio di morte sostanzialmente inferiore. Ogni aumento di un punto nella coscienziosità era collegato a una riduzione del dieci percento del rischio di mortalità, l’effetto protettivo più forte osservato nell’intero studio.

Anche l’estroversione, caratterizzata da socievolezza e coinvolgimento con gli altri, risultava associata a una vita più lunga. Punteggi più alti di estroversione erano legati a un rischio di morte inferiore del tre percento, in particolare in paesi come Stati Uniti e Australia.
Máire McGeehan, professoressa assistente di psicologia all’Università di Limerick e autrice principale dello studio, ha sottolineato che la personalità legata a una mortalità più elevata non è immutabile.
Páraic S Ó’Súilleabháin, psicologo e coautore della ricerca, ha affermato che i risultati potrebbero modificare il modo in cui studiosi e responsabili politici considerano i fattori di rischio per la salute. Secondo Ó’Súilleabháin, la personalità rappresenta un motore critico della salute e della longevità, con effetti di dimensioni simili a quelli dei determinanti di salute pubblica comunemente considerati, come lo status socioeconomico.
McGeehan ha aggiunto che queste informazioni possono rivelarsi utili per creare consapevolezza riguardo alle scelte di comportamenti sanitari e ai meccanismi di coping, che potrebbero essere fattori contribuenti agli esiti di salute e a una vita più lunga o più breve.
La ricerca apre nuove prospettive sulla comprensione di come i tratti psicologici influenzino i processi biologici e i comportamenti sanitari nel tempo, suggerendo che la personalità dovrebbe essere considerata un fattore determinante nella prevenzione e nella promozione della salute a lungo termine.



