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Home » Lifestyle » Space-out competition: la gara coreana dove vince chi riesce a non fare assolutamente nulla

Space-out competition: la gara coreana dove vince chi riesce a non fare assolutamente nulla

In Corea del Sud la Space-Out Competition sfida a restare immobili 90 minuti senza fare nulla. Un musicista punk ha vinto la gara contro stress e iperconnessione.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene2 Febbraio 2026
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Panorama sul fiume Han a Seoul
Panorama sul fiume Han a Seoul (fonte: Unsplash)

In Corea del Sud è stata istituita una competizione che la dice lunga su come impieghiamo il nostro tempo e come viviamo il lavor: si chiama Space-Out Competition e ha un obiettivo semplice ma spiazzante: restare del tutto immobili, in silenzio, senza fare nulla per 90 minuti. Non sono ammessi smartphone o altre distrazioni, ma semplicemente la presenza.

In un Paese come la Corea, noto per i suoi brutali ritmi lavorativi e un’idea di valore personale che fin troppo spesso coincide con la produttività, questa gara silenziosa ha iniziato a far sempre più rumore, spingendo le persone a chiedersi se davvero l’uomo sia nato per correre sempre senza sosta.

La Space-Out Competition è stata ideata a Seoul nel 2014 come progetto artistico e sociale da parte dell’artista visivo Woopsyang. Non vuole essere una vera competizione sportiva, ma una risposta concreta e necessaria a una stanchezza mentale sempre più diffusa che affonda le radici nell’obbligo costante di essere sempre efficienti, performanti, all’altezza.

Durante la gara, che si svolge solitamente sul fiume Han a Seul, i concorrenti siedono uno accanto all’altro in spazi pubblici e restano fermi: indossano dei cardiofrequenzimetri e hanno l’obiettivo di mantenere la calma, senza agitarsi o cedere all’impulso di fare o controllare qualcosa; il vincitore è decretato sia dai dati biometrici registrati che dal voto del pubblico.

A maggio 2025, l’edizione più recente ha visto la partecipazione di centinaia di persone. Tra i vincitori c’è stato Byung-jin Park, musicista punk indipendente e imprenditore culturale di 36 anni, che ha partecipato insieme ai compagni della sua band. Hanno battuto 100 concorrenti presentandosi con i loro abiti punk, capelli a cresta e giacche borchiate, non solo per divertimento ma anche per distinguersi e forse distrarre gli altri partecipanti.

Park racconta l’esperienza come un modo per liberare spazio mentale e ritrovare un contatto più autentico con se stesso. La sua strategia vincente si è basata sulla respirazione addominale lenta, sulla concentrazione su un unico punto e sul lasciar andare gli altri pensieri. “Con il passare del tempo, ho iniziato a dimenticare dove mi trovavo”, spiega. “Mi sembrava che il mio corpo fosse scomparso”.

Chi guarda queste immagini dall’esterno tende a sorridere: novanta minuti seduti sembrano poca cosa. Eppure, per chi vive immerso nella pressione quotidiana, non fare nulla è sorprendentemente difficile. La parte più complessa, racconta Park, è stata abbandonare l’idea che avrebbe dovuto fare qualcosa. Stare semplicemente seduto senza fare nulla è una sfida inaspettata.

 

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La scienza sostiene questa intuizione. Uno studio condotto dall’Università della Virginia nel 2014 ha scoperto che molte persone preferivano lievi scosse elettriche piuttosto che rimanere sole con i propri pensieri anche solo per 15 minuti. Ma la quiete ha un valore profondo. Questo tipo di ozio deliberato attiva quella che i neuroscienziati chiamano rete neurale di default del cervello, un’area legata alla creatività, alla risoluzione dei problemi, all’elaborazione delle emozioni e all’equilibrio emotivo.

Hanson Park, psichiatra e professore associato presso il Dipartimento di antropologia dell’Università nazionale di Seoul, spiega che in una società moderna iperstimolata, prendersi il tempo per riflettere sul proprio io interiore e sulle proprie emozioni può consentire alle persone di controllare i propri pensieri e le proprie azioni. Questo processo può ridurre gli ormoni legati allo stress e, a lungo termine, può anche essere efficace nell’alleviare l’ansia o la depressione.

La Corea del Sud è nota per la sua cultura ipercompetitiva, dove la velocità e l’efficienza sono valori fondamentali. Questa mentalità inizia presto: i bambini sono iscritti a numerosi centri doposcuola e il tempo libero è spesso visto come un’occasione sprecata. Park stesso, padre di due figli di dieci e sei anni, osserva con rammarico come i suoi bambini siano sommersi di impegni quando dovrebbero essere creativi e giocare. Nessuno si siede più nei parchi solo per pensare: semplicemente non c’è tempo. Distrarsi è considerato strano o improduttivo.

Gli smartphone hanno un ruolo fondamentale in questa trasformazione. Park ammette di giocare continuamente con il suo telefono, soprattutto in metropolitana. Quando era più giovane, l’attesa era un’occasione naturale per distrarsi o sognare ad occhi aperti. Oggi, invece, le persone sono dipendenti dalla scarica di dopamina che provano guardando video brevi sui social media. Abbiamo dimenticato come stare senza fare nulla.

Quello che rende la Space-Out Competition interessante anche al di fuori della Corea del Sud non è l’esotismo dell’evento, ma il messaggio che porta con sé: viviamo anche noi in una società che premia chi corre, chi risponde subito, chi riempie ogni vuoto. Il tempo libero viene spesso vissuto con senso di colpa. Riposare sembra una concessione, non un diritto.

La gara coreana ci ricorda che fermarsi non significa arrendersi, ma solo recuperare lucidità, e che il riposo non è improduttivo, anzi: molti concorrenti hanno raccontato di essere usciti da quei 90 minuti più leggeri, più creativi, meno reattivi. “Evadere mentalmente non risolverà tutti i vostri problemi”, dice Park, “ma sentirete i vostri pensieri trasformarsi. È estremamente rigenerante“.

Il consiglio di Park per chi fatica a rallentare i ritmi è semplice: trovare dei momenti per staccare la spina, magari bevendo un caffè, ascoltando musica o semplicemente guardando la natura. Tutti dovrebbero trovare questi spazi di quiete. E forse, anche solo per qualche minuto al giorno, concederci il lusso di non fare nulla senza sentirci in difetto.

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