Cercavano relax, silenzio e acqua calda. Hanno trovato freddo pungente, una strada sterrata e un fiume gelido. È uno dei paradossi del turismo nel 2026: l’intelligenza artificiale promette viaggi più semplici e su misura, ma a volte finisce per guidare le persone verso luoghi che non esistono. Non mete sopravvalutate o raccontate male. Proprio destinazioni inventate da zero.
Da anni si dice che l’IA cambierà il modo di organizzare le vacanze. In parte è già successo. Ma quando la tecnologia corre più veloce dei controlli umani, lascia dietro di sé errori che possono diventare imbarazzanti e costosi. L’ultimo caso arriva dalla Tasmania, dove un tour operator ha pubblicato, e poi rimosso in fretta, un articolo che consigliava di visitare le presunte Weldborough Hot Springs, descritte come una delle sette migliori esperienze termali dell’isola.
Peccato che a Weldborough non ci siano mai state sorgenti termali. Né oggi, né in passato, né secondo la geologia del posto. E così alcuni viaggiatori, partiti con grandi aspettative e deviazioni studiate nei minimi dettagli, si sono ritrovati davanti a un semplice corso d’acqua ghiacciato. Nessuna piscina naturale fumante, solo silenzio e freddo. La proprietaria di un pub della zona, intervistata da una tv australiana, l’ha presa con ironia:
Se trovate le terme, tornate a dirmelo e vi offro birre tutta la notte.
Ovviamente nessuno è tornato a reclamarle. Il punto, però, non è solo l’errore ma che, all’inizio, fosse credibile. Nell’articolo incriminato, le terme inesistenti erano inserite accanto a luoghi reali, con descrizioni plausibili, dati climatici corretti, tono da guida esperta. Un mosaico costruito bene, forse troppo. È così che l’intelligenza artificiale può trarre in inganno: non creando mondi fantasiosi facili da smascherare, ma infilando una bugia ordinaria dentro un contesto perfettamente verosimile.

Il tour operator ha spiegato di aver affidato il marketing a una società esterna che utilizzava strumenti di IA. I testi, in teoria, dovevano essere revisionati da persone. In pratica, però, qualcosa è sfuggito e l’articolo è finito online.
E non è un caso isolato. Negli ultimi mesi sono circolate storie simili in varie parti del mondo: canyon sacri mai esistiti, escursioni al tramonto pianificate con orari impossibili, funivie chiuse da ore ma date per operative. In un episodio riportato dai media britannici, due turisti in Perù hanno speso oltre cento euro per raggiungere una strada di campagna senza alcuna attrazione, convinti di dirigersi verso un luogo mistico suggerito da un assistente virtuale.
Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. Nel turismo, come altrove, è uno strumento utile: aiuta a scrivere descrizioni, proporre itinerari personalizzati, ottimizzare contenuti online. Ma l’IA non verifica davvero: rielabora. Se parte da informazioni sbagliate o fantasiose, le restituisce con un tono sicuro, autorevole, che non lascia spazio al dubbio. Ed è proprio quella sicurezza apparente a ingannare, sia chi produce contenuti sia chi li legge.
Per chi viaggia, la lezione è semplice: usare l’IA sì, ma senza affidarsi ciecamente. Una meta perfetta sulla carta merita sempre un controllo incrociato: siti ufficiali, recensioni verificabili, magari una telefonata a un operatore locale.
Per chi lavora nel turismo, invece, la questione è ancora più delicata. Pubblicare contenuti generati automaticamente senza una revisione seria significa mettere a rischio la fiducia dei clienti. E in un settore dove le recensioni negative corrono veloci, la fiducia è tutto.
