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Home » Spettacolo » Chi è davvero TonyPitony, da X Factor al palco dell’Ariston con la maschera di Elvis

Chi è davvero TonyPitony, da X Factor al palco dell’Ariston con la maschera di Elvis

Dal teatro londinese ai social fino al palco di Sanremo: chi è davvero TonyPitony e perché sta facendo discutere l’Italia.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti27 Febbraio 2026
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TonyPitony
Un frame del video di TonyPitony (YouTube)

Irriverente, provocatorio, divisivo. TonyPitony è uno di quegli artisti che non passano inosservati: o lo ami o lo detesti, ma difficilmente resti indifferente. Per questo motivo la sua presenza accanto a Ditonellapiaga nella serata delle coverdel Festival di Sanremo 2026, sulle note di The Lady Is a Tramp, segna un momento simbolico: l’approdo di un fenomeno nato sul web al tempio più tradizionale della musica italiana. Ma chi è veramente questo artista?

Dietro il nome d’arte si nasconde Ettore Ballarino, siciliano classe 1996. Ma TonyPitony è molto più di una semplice identità artistica: è un personaggio costruito con cura, un progetto teatrale prima ancora che musicale. Maschera e parrucca ispirate a Elvis Presley, estetica vintage, performance sopra le righe e un’ironia spiazzante che gioca costantemente sul filo della provocazione.

La maschera non è un nascondiglio, ma un manifesto. L’idea è chiara: anche i miti sono fragili, anche i “re” sono umani. Indossare il volto di Elvis diventa così un modo per parlare di idolatria, cultura pop e caduta dei simboli, con un linguaggio che mescola parodia e riflessione.

Prima dei social, però, c’è stato il teatro. Ballarino si forma nelle scuole d’arte londinesi e fa gavetta nei teatri dell’East End. Il grande pubblico italiano lo incontra nel 2020, alle audizioni di X Factor: porta una versione neomelodica e volutamente comica di Hallelujah di Leonard Cohen. Ottiene tre no su quattro. Sembrava un fallimento. In realtà era l’inizio del personaggio.

La vera svolta arriva nel 2025, quando alcuni video live registrati con il telefono diventano virali. Brani come Donne ricche, Culo e Mi piacciono le nere dividono il pubblico e scatenano polemiche, ma macinano milioni di ascolti. I testi sono volutamente dissacranti, al limite del politicamente scorretto. Eppure, sotto la superficie irriverente, c’è una solida struttura musicale: funk, soul, R&B, elettronica, arrangiamenti curati e musicisti di livello. Non è improvvisazione, è costruzione consapevole.

Nel 2026 gli viene affidata la sigla ufficiale del FantaSanremo. Il brano, Scapezzolate, incarna perfettamente lo spirito goliardico del gioco, tra citazioni interne e ammiccamenti ai fan più accaniti. L’esibizione alla festa di lancio, su una nave al largo di Sanremo, rimbalza sui social e consolida la sua fama di mina vagante.

Il colpo di scena, però, è il duetto con Ditonellapiaga all’Ariston. La cantautrice romana, in gara con Che fastidio!, lo sceglie senza esitazioni, difendendo pubblicamente la decisione e paragonando la sua cifra ironica a quella di Checco Zalone. Anche Fiorello lo definisce la vera incognita del Festival, l’elemento imprevedibile capace di sparigliare le carte.

In effetti TonyPitony occupa uno spazio particolare nella musica italiana di oggi. Usa i social come cassa di risonanza, ma porta sul palco uno spettacolo pensato, teatrale, strutturato. Riempie i club parlando ai giovanissimi, ma strizza l’occhio a chi è cresciuto con Elio e le Storie Tese, gli Squallor o gli Skiantos. La sua è satira musicale che affonda le radici nella tradizione italiana, ma usa codici contemporanei.

Nei prossimi mesi sarà in tour tra Italia ed Europa, con tappe da Napoli a Palermo, da Roma a Milano, fino a Barcellona, Londra, Parigi, Bruxelles e Amsterdam. Un calendario fitto che conferma come il progetto abbia superato la dimensione virale per trasformarsi in una realtà consolidata.

La sua presenza a Sanremo, però, apre una domanda interessante: quanto può spingersi la provocazione dentro un contesto istituzionale? TonyPitony porta all’Ariston la cultura digitale, l’ironia spinta, la teatralità pop. Che piaccia o meno, è un segnale dei tempi. E soprattutto è la prova che il confine tra web e tradizione, oggi, è sempre più sottile.

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