Proprio oggi avrebbe compiuto cent’anni Sam Peckinpah, regista statunitense autore de Il Mucchio Selvaggio e tanti altri capolavori. Egli si è spento molto prima di questo traguardo, dopo una vita di eccessi e sregolatezze; rimane però immortale la sua opera, che ha introdotto una nuova forma di sprezzante realismo in cinema e TV ispirando il lavoro di altri illustri cineasti. Ve la raccontiamo in questo articolo.
David Samuel Peckinpah, detto Sam, dimostra fin da giovane ottime doti di sceneggiatore e regista televisivo: sua è poi la sceneggiatura de L’invasione degli Ultracorpi del 1956. Il suo secondo film, Sfida nell’Alta Sierra (1962), è un western che stupisce per le scene di violenza che contiene, girate con un livello di realismo ancora inaudito per l’epoca. Tre anni dopo questa cifra stilistica gli costa però i consensi dei produttori, che tagliano più di mezz’ora di Sierra Charriba: la pellicola si rivela un flop e Peckinpah si vede costretto a tornare temporaneamente a lavorare in TV.
Il vero successo arriva con Il Mucchio Selvaggio (1969), considerato un capolavoro del genere western e non solo: anch’esso si distingue per la sua violenza brutale, e Peckinpah si guadagna presso la stampa il soprannome di Bloody Sam. La sua regia è snobbata dalla critica, che non gradisce il montaggio frenetico e il frequente uso di ralenti per “spettacolarizzare” alcune scene di morte, che diventerà una caratteristica distintiva dei suoi film.
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Quello di Peckinpah è un western diverso da quello che il pubblico americano è abituato a guardare: crudo ma a tratti malinconico, senza fronzoli e ricco di contraddizioni, lontano anni luce dal buonismo e dall’eroismo patinato rappresentato dai suoi colleghi come John Ford e John Huston. Egli loda invece il lavoro di registi stranieri come Bergman, Fellini e Kurosawa, sottolineando anche il controllo che essi sono riusciti a mantenere sul materiale girato dopo la conclusione delle riprese.
Nel 1971 il suo thriller Cane di paglia, con protagonista Dustin Hoffman, è ancora una volta oggetto di pesanti critiche da parte di chi lo considera un fascista e un misogino, morbosamente ossessionato da scene di violenza iperrealistica. Continuano intanto i conflitti tra lui e i produttori, che lo perseguiteranno per il resto della carriera fino a sottrargli degli ingaggi e a tagliare altri suoi film. Il suo fisico, martoriato dal costante e pesantissimo uso di alcool e droghe, cede infine a un ictus nel 1984. Molti i registi che hanno affermato di essersi ispirati al suo lavoro e che ne hanno in un certo senso raccolto l’eredità: tra questi troviamo Martin Scorsese, Quentin Tarantino, Walter Hill e John Woo.