Gino Paoli, pilastro fondamentale della musica d’autore italiana, è scomparso nella sua Genova all’età di 91 anni durante la notte tra il 23 e il 24 marzo 2026. Il celebre cantautore, nato a Monfalcone ma genovese d’adozione e di spirito, lascia un vuoto incolmabile nel panorama culturale dopo una carriera che ha attraversato oltre sessant’anni di storia. La notizia ha colpito profondamente il pubblico, giungendo a pochi mesi dal suo ultimo omaggio floreale all’amica e musa di una vita, Ornella Vanoni.
Sebbene le anagrafi riportino la nascita in Venezia Giulia il 23 settembre 1934, l’identità di Gino Paoli è sempre stata indissolubilmente legata alla Liguria e a quel mare di Quinto che ha cullato i suoi ultimi istanti. Insieme a sodali del calibro di Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, Paoli è stato l’architetto della “scuola genovese”, trasformando la canzone da semplice intrattenimento a forma d’arte introspettiva. I suoi esordi non furono però fulminei: brani oggi considerati pietre miliari, come La gatta, inizialmente faticarono a trovare spazio sul mercato, vendendo appena un centinaio di copie.
La vera deflagrazione artistica avvenne grazie all’incontro con Mina, che interpretando Il cielo in una stanza nel 1960, proiettò la scrittura di Paoli nell’immaginario collettivo. Quel brano, ispirato curiosamente dall’atmosfera di una casa di tolleranza, sdoganò un nuovo modo di raccontare l’amore e la quotidianità, privo di retorica e ricco di una sensualità malinconica mai vista prima nella discografia nazionale.
La vita privata di Paoli è stata un romanzo vissuto alla massima intensità, spesso sfidando le convenzioni sociali dell’epoca. Il legame travolgente con Ornella Vanoni ispirò capolavori come Senza fine, mentre la relazione con la giovanissima Stefania Sandrelli, da cui nacque la figlia Amanda, divenne un caso mediatico per l’opinione pubblica degli anni Sessanta. Proprio in quel periodo, nel 1963, Paoli pubblicò Sapore di sale, con gli arrangiamenti di Ennio Morricone, brano destinato a diventare la colonna sonora eterna delle estati italiane.
Tuttavia, il successo fu accompagnato da ombre profonde, segnate dall’abuso di alcol e da un evento drammatico che segnerà il resto dei suoi giorni: l’11 luglio 1963, il cantautore tentò il suicidio sparandosi al petto. Il proiettile, pur non perforando il cuore, si fermò nel pericardio, dove rimase incapsulato per tutta la vita. “Suonava al metal detector”, amava scherzare negli anni della maturità, descrivendo quel gesto estremo come un tentativo arrogante e disperato di scegliere il proprio destino.
Dopo un periodo di crisi e di allontanamento dalle scene negli anni Settanta, epoca in cui la musica leggera veniva spesso messa all’indice a favore dell’impegno politico più radicale, Paoli seppe reinventarsi. La sua carriera visse una seconda giovinezza negli anni Ottanta, culminata nel 1984 con il successo di Una lunga storia d’amore. Fu anche il tempo dell’attivismo istituzionale: eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano nel 1987, visse l’esperienza parlamentare con lo sguardo dell’anarchico convinto, uscendone poi con un certo disincanto.
Gli ultimi decenni lo hanno visto invecchiare con la stessa ruvida eleganza che lo aveva reso unico. Tra partecipazioni a Sanremo, progetti jazz di alto livello e tour memorabili nuovamente al fianco della Vanoni, Paoli ha continuato a produrre musica fino alla fine, supportato dalla compagna Paola Penzo. La sua scomparsa chiude un’era, ma la sua eredità artistica rimane, come recita uno dei suoi testi più celebri, “senza fine”, impressa nella memoria di chiunque abbia trovato conforto nelle sue note sotto un soffitto viola o tra le onde del mare.



